GN 885 PL
ViORL2% ff apri Prometeo fine
DRAMMA LIRICO
DI
Percy Bysshe Shelley
TRADOTTO
DA
MARIO RAPISARDI
\ I Na a 4
PALERMO Gius. Pedone Lauriel, Editore 1892
The poetical works of Percy Bysshe Shelley edited by Harry
Buxton Forman. Reissne with the notes
of Mary Wollstonecraft Shelley, in four volumes.
Vol. IL (pag. 149-263). LONDON Reeves and Turner 195 Strand
1882.
Tipografia dello Statuto — Via Monteleone, N, 25.
INTERLOCUTORI
Prometeo. Demogorgone. Giove. La Terra.
I L’ Oceano. Apollo.
o Mercurio. Ercole. Asia Pantea > OCcEANIDI. Jone } Il fantasma di Giove. Lo spirito della Terra. Lo spirito della Luna. Gli spiriti delle Ore. |
i i
È SPIRITI - EcHI - FAUNI - FURIE.
ATTO PRIMO
La scena è un burrone tra le rupi glaciali del Caucaso india- no. Prometeo è incatenato sul precipizio. Ai suoi piedi stanno sedute Jone e Pantea, E notte. Durante la scena si schiara a poco a poco il mattino,
Prometeo
O dei numi, dei dèmoni, di tutti
Gli spiriti signor, fuor che d’un solo, Signor di quante creature han vita Nelle rotanti luminose sfere,
Cui tu solo ed io sol, fra le viventi Cose, miriam con occhi insonni, questa Terra contempla, che dei servi tuoi Pullula. A te di laudi e di preghiere,
‘ A te di affanni, a te di cuori infranti Umiliati nella polve ei fanno
Olocausto perpetuo; e di terrore
Tu li ricambi e di speranze vane,
Ed abietti a sè stessi anco li rendi.
E a me che sono il tuo nemico (a tale
ali
Cieco l’odio ti fa!) vittoria e regno Concedi intanto, per maggior tuo scorno, Sopra i dolori mici, sopra la tua
Inutile vendetta. Oh si, tremila
Anni di vigilate ore, d’istanti
Noverati così da tormentose
Ambasce da sembrar secoli, immenso Dolore e solitudine e dispregio
E disperazion, tal è, non altro,
L’imperio mio, più glorioso, e quanto!
Di quel che dal tuo trono alto rimiri,
E ch'io già non t'invidio, o Dio possente. Onnipossente ! E se la tua maligna Tirannide partire io volea teco,
Ciò ch’ebbi a sdegno, ed alla tua vergogna Partecipare, or inchiodato a questa
Rupe non penderei, che sfida il volo
Dell’ aquile, ghiacciosa, atra, deserta, Smisurata, di verde orba e d’insetti
E d’ogni forma e d’ogni suon di vita. Ahimé, sempre dolore, eternamente
Dolor! Non tregua mai, non mutamento, Nè speranza giammai! Tutto io pur soffro, Tutto; e chiedo alla terra: Han mai sentito L’affanno mio le tue montagne? E al cielo: Visto non m° ha l’onniveggente sole?
E chiedo al mar, che procelloso o cheto Sotto al cielo si spiega e il ciel riflette:
att
I mutevoli tuoi flutti profondi
L’agonia del mio cor non hanno udito? Ahimè, sempre dolore, eternamente Dolore ! Mi trafiggono i ghiacciaj Lubrici con le mille acute punte
Dei lor cristalli d'un rigor lunare;
Le lucide catene entro alle mie
Ossa. rigide ardendo, edaci affondansi; Un alato del ciel cane, col sozzo
Rostro il velen fra le tue labbra attinto, Mi dilania le visceri. Dall'atro
Regno sbucan gli spettri, e in mostruose Forme ai mici lati sbeffeggiando affoltansi; Del terremoto i dèmoni, spaccando
E serrando le rocce a me dintorno, Storcono i chiodi ond’ io son fitto, e squarciano Le mie ferite palpitanti; i genj
Della tempesta dagli abissi irrompono, Dei turbini il furore urlando aizzano,
E mi flagellan con l’acuta grandine, Pur gradito m'è il dì, cara la notte,
Sia che l’un rompa del mattin le brine, Sia che l’altra di stelle inghirlandata
E di misteriose ombre ravvolta
Dall’ oriente plumbeo si levi:
Però che a le striscianti Ore senz'ali Essi son guida, cd una, oh finalmente, Ne guideran, che, pari a sacerdote
è Che l’invan riluttante ostia strascini, : | Te, truculento Dio, strascinerà sil Questo sangue a baciar che da’ miei piedi |, |» Pallidi sgorga; e ben potrebbe il mio
Piè la tua fronte calpestar, se sdegno i : D' uno schiavo prostrato ei non avesse. |. .° Sdegno? No, ti compiango! Ah, qual ruina
Te non difeso incalzerà pei vacui : a Cieli! Squarciata dal terrore oh .come
L'anima tua spalancherassi in vista ta”
D' inferno ! Il dicò, e n° ho dolor, non gioia : È Però che l'odio è dal mio cor fuggito. »
Dacchè saggio mi fè la mia sciagura. n
La maledizion, che già scagliai
Contro al tuo capo, io revocar vorrei.
O voi montagne, che con mille voci
Fra la nebbia e il crosciar delle cascate
Echeggiaste il tuonar del mio disdegno;
E voiî, gelide fonti, in rincrespato
Ghiaccio inceppate, che le vitree croste
Squarciando al grido mio, fuggiste ai piani
Dell' India: e tu, sottile aria, cui senza
Raggi traversa il sole ardente; e voi
Turbini, che sui baratri profondi
Silenziosi vi libraste e immoti,
Mentre ad un rombo assai maggior del vostro
Tutto d’ intorno traballava il mondo;
Se forza alcuna ebbe il mio detto, or fate
I
Che perduto non vada, ancor ch'io sia Mutato sì, ch’ entro al mio core è spento «Ogni cattivo desiderio, e il senso
E la mente dell’odio abbia perduto. Quali danni imprecai? Voi tutti avete Ascoltato' quel di le mie parole.
1* Voce: dei Monti
Da novecento mila anni, sospesi
Sul letto dei Tremuoti alto noi stiamo; E quali petti di terror compresi,
Spesse volte anche noi tremato abbiamo.
I fulmini ingoiate han le nostre onde; Atro sangue ha le nostre acque pollut:;
Per brulli piani e per città feconde Scorse noi siamo in fra l’ eccidio mute.
8* Voce : dell’ Aria
Dacchè nata è la Terra, io liberale Dei mici colori i suoi deserti adorno; Ma squarcia spesso un gemito mortale L'alta placidità del mio soggiorno,
4* Voce: dei Turbini
Noi ci lanciam da questi monti a stuolo, Nè tuono mai, nè gonfie lave ardeati,
2* Voce: delle Sorgenti
— 10 —
Nè d'inferno o di ciel furie possenti Muti ci han fatti, o ci han tarpato il volo.
1° Voce
Ma non crollàr queste nevose cime Mai come al suon del tuo dolor sublime.
2* Voce Quindi all'indico mar non mai funesto Grido portammo noi simile a questo. Su’ flutti urlanti un marinar dormia, E piombò giù dal ponte, in agonia. Udì tal grido, ed ululò: Son morto ! Pazzo morì dalle pazze onde assorto.
83* Voce
Mai dalla terra al ciel sì spaventose Voci squarciato aveano il mio soggiorno; Quando in pace di nuovo ei si compose, Si copri d’ombre sanguinose il giorno.
4° Voce Noi dai fantasmi dell’ Eccidio spinti Retrocedemmo alle freddose tane;
E restammo così taciti e vinti, Benchè il silenzio ci è supplizio immane.
La Terra
Gridarono: Dolore! indi le mute Caverne delle torve alpi; dolore! Il cavo cielo rintronò; dolore! Urlarono al flagello aspro dei venti Saltando a riva i porporini flutti; Dolore! udian le genti impallidite.
Prometeo
Un suon di voci ascolto, ah, non la voce Che già tempo io lanciai. Madre, i tuoi figli Dunque e tu stessa mi schernite? Eppure Senza l’anima mia, che tutto soffre
Dalla feroce tirannia di Giove,
Qual vel di nebbia al mattutino orezzo,
Ed essi e tu sareste ormai svaniti.
Non io dunque il titano a voi son noto?
Il titan che col suo strazio si oppone, Barriera ardua, al nemico, il quale e a voi, Benchè diversamente, il tutto usurpa?
O prati in tra le rupi, o alimentate
Di nevi algide fonti, or tra vapori
Gelidi appena intravedute, o fonde
Valli, e voi boschi opachi, ove al bel tempo Dalle vostre cortesi ombre protetto
Con Asia m’aggirai, avidamente ,
Dai suoi cari beendo occhi la vita,
Perchè comunicar meco non vuole
M vostro occulto spirito? Con me
Che sol uno infrenai, qual animoso Mortal che fermi un invasato auriga, La perfidia e la forza, onde colui
«Che sommo impera, con perpetui pianti Di schiavi derelitti empie le vostre Nebbiose valli e i liquidi deserti? Perchè, fratelli miei, non rispondete?
i La Terra
Non osano.
Prometeo
Chi l’osa? Anco una volta Quell’imprecazione udir vorrei, Qual arcano susurro alzasi! un lieve Murmure, quasi fremito di nube Quando già già la folgore prorompe. Parla, o spirito, a me! Dall’ incorporca Tua voce sento che mi sei da presso, E t'amo. Or di’, come imprecai ?
La Terra
Ma come intendere le mie voci potresti Tu che il linguaggio della morte ignori?
Prometeo
Ben un vivente spirito tu sci: Come loro favella.
La Terra
Io non mi attento Come i vivi parlar, non la mia voce Il re bieco del cielo oda, e mi attorca Ferocemente a più penosa ruota Che non sia questa sopra a cui mi aggiro. Sagace e buon tu sei: ben che tal voce Non intendan gli Dei, saggio e benigno Tu sei per fermo; e più che Dio V'estimo; Porgi dunque al mio dir l’ intento orecchio.
Prometeo
Come nuvole fosche, entro al cervello
Mi s'avvolgon pensieri agili, intensi, Sublimi; onde languir sentomi al pari D'uom tra gli amplessi dell’amor confuso; Nè però gode.
La Terra
Intender no non puoi : Immortale sei tu; questa è la lingua Che solo ai ligj} della morte è nota.
—. gi —
Prometeo
Malinconica voce, e tu chi sei?
La Terra
La Terra io son, la madre tua, colei Nelle cui vene di granito, come
Sangue in corpo mortal, corse il piacere Fino a’ rami, alle fibre ime, alle tenere Foglie del più sublime arbore tremule A la rigida brezza, allor che simile
A una lucente gloriosa nuvola
Dal suo grembo s'alzò teco uno spirito Di profonda esultanza. ‘Alla tua voce
I suoi figli dolenti erser la prona Fronte su dalla polvere;-ed il nostro Tiranno, ancor che onnipossente, colto Dallo spavento impallidi, fin tanto
Che il fulmin suo qui ti confisse. Allora (I mondi innumerabili contempla Ch'ardon rotando intorno a noi) la mia Sfera ognun vide per l’irato cielo Squallida farsi; di procelle strane Tumido il mar si sollevò; commosse Sussultàr le montagne alte di candidi Ghiacci, e su fuor dagli squarciati fianchi Novo foco avventàr, che i portentosi Crini scotendo, il ciel torbido accese.
Lovin a
Indi folgori ed acque a’ desolati
Piani fér guerra; azzurri cardi in seno Fiorîr delle città; rospi digiuni Strascinaronsi ansanti entro l’alcove Voluttuose, E Pestilenza e Fame
Su l umane famiglie e su le fere
E su’ vermi piombò; ròse una fosca Ruggine i rami e l’erbe; velenosi
Logli tra °l grano, per le vigne e i prati, Sorser tenaci,.e ne succiàr gli umori: Poi che il mio seno dal cordoglio vinto Squallido inaridia; l’aria sottile,
Respiro mio, guasta esalava e infetta Dell’odio tetro che una madre spira
Nel distruttore del suo figlio. Allora
Ciò che imprecasti udii: le tue parole, Se cadute son già dal tuo pensiero,
Qual tesoro incantato io l° ho riposte Entro al mio cor; le serbano gl’ immensi Oceani, i fiumi, le caverne, i venti, L’aria profonda, immensurata e il popolo Indistinto de’ morti. Entro a noi stessi Noi rivolgiam con voluttà secreta,
Con soave speranza i tuoi tremendi «Detti, ma non osiam palesemente Pronunziarli.
e
— IG —
Prometeo
O veneranda madre !
Tutto che vive e soffre in varia guisa Conforto alcun da te riceve: i fiori, Le frutta, l’ armonie liete, l’ amore, Fugaci beni, pe ’l mio cor non sono; Solo ti chiedo le parole mie; Non negarmele deh!
La Terra
Ridir le udrai. Pria che Babele fosse polve, un morto Mio figlio, il mago Zoroastro, vide Errando in un giardin la propria immago: Infra tutti i viventi uomini a lui Sol fu la strana vision concessa. Che due mondi vi sono indi conosci, Sacro alla Vita l’ un, l’altro alla Morte. Il primo è questo che tu miri; aperto L’altro è laggiù oltre la tomba. Asilo Quivi hanno l’ombre di qualunque forma Che viva e pensi, infin che le confonda Eternamente nel suo sen la morte; Quivi le larve splendide ed i sogni Dell’umano pensier; quivi le strane, Terribili, beate, ardue parvenze Cui la fede idoleggia e amore agogna;
Quivi tu pur fra turbinosi greppi Costretta agonizzante imagin pendi; Quivi tutti gli Dei, tutti i poteri ei mondi senza nome : immani larve Scettrate, eroi, uomini e bruti; quivi Demogorgon, l’orrido buio, e il sommo Tiranno in trono auroraggiante assiso. Un di costoro ridirà la tua Maledizione memoranda, o figlio. Evoca l'ombra tua, quella di Giove, Ade evoca o Tifone o qual più truce Nume balzò dopo la tua ruina Dal Mal tutto fecondo, e che dei proni Mici figli calpestata abbia la fronte: | Chiedia tua posta, a te risponder denno. | La vendetta così del Dio supremo | Passerà fra quest'ombre inutilmente, Come via dalla porta abbandonata D’ nn castel diroccato umido vento.
i Prometeo
Non voler, madre mia, che dal mio labbro Che dalle labbra di chi a me somiglia
Ciò ripassi che male esser potrebbe.
O fantasma di Giove, àlzati, appari !
Jone
Sopra l’ orecchie mie piegate ho l’ale, M. Rapisarpi - Prometeo Liberato, 2
Conteste ho l'’ale su le mie pupille; Ma a traverso le mille Ondoleggianti penne
Che mandan vivi luccichj d’argento, Veggo un fantasma sorgere, Un suon confuso io sento. Forier di nuovo male Deh, non ti fosse, o indomito, C'hai di dolor solenne
Straziato il corpo e l’anima piagata, E a cui l'amor de la sorella amata Ne fa da presso vigilar perenne!
Pantea
Di sotterranei turbini, Di tremuoti, d’incendj e di franate Montagne un rombo ascolto;
E pari al rombo un orrido Fantasma ecco si leva. In atre porpore Di folti astri gemmate
Ha il corpo immane avvolto;
Uno scettro di pallido Oro costringe nella man venosa;
E tal sopra una morbida Nuvola i passi alteramente posa. Torvo egli guata, ma securo e quale Chi torti fa che a sopportar non vale.
rin
_ouemsamsesseneTerivezcniiz ii iris iccicza prisma prrrmeb tette copre tte
Fantasma di Giove
Oh perchè mai di questo mondo strano Le occulte intelligenze han qui sospinto Su le dire procelle un, qual.son io,
Frale e vacuo fantasma? E che son questi Suoni che aleggian sul mio labbro, tanto Dalle voci diverse, onde la nostra
Pallida specie là nell’ infinita
Tenebra scioglie la spettral favella ? Sofferente orgoglioso, e tu chi sei?
Prometeo
Parvenza orrenda ! Essere a te dee pari Colui che adombri, Il tuo nemico io sono, Il titano. Benchè di pensier vuota
Sia la favella tua, pronunzia i detti Ch'ascoltare io vorrei.
La Terra :
Quantunque muti Esser denno i vostri echi, udite, udite, O voi, grigie montagne, 0 boschi antichi, Fonti assidui, fatidiche spelonche, Flutti insonni, che l’ isole cingete: Rallegratevi a udir ciò che finora A voi dato non è di far palese.
Il fantasma
Già m’invade uno spirito, e in me parla, E qual fulmin la nube, ecco mi squarcia.
Pantea
Mira ! Ei leva i tremendi occhi; s’ oscura Il cielo.
Jone
Ei parla. Oh mi proteggi ! Prometeo
Io vedo Nei duri e freddi suoi moti, negli occhi Calmi nell’odio e nella sfida audaci, E in quella disperanza acre, che a scherno Di sè stessa sogghigna, incisa io vedo La maledizion, come in un libro. Ma pur favella; oh sì, fa’ ch'io l’ascolti.
Il fantasma
«O nemico, io ti sfido Con fermo core e con pensier SECUFO ; Ogni tormento infliggi a me, tu stolto Dei celesti tiranno e dei mortali,
A me Prometeo, all’ unico Cui tu fra tutti a soggiogar non vali.
Qui il popolo omicido
Degli affanni e dei morbi orridi scaglia, Qui le insane paure; entro al mio seno Fa’ che sia ghiaccio e foco alterno accolto; Sia l'ira tua grandine acuta e fulmine
E stuol di Furie immani,
Che a me contro in battaglia
Su le funeste scendano
Ale degli uragani.
Onnipossente sci, E il poter che su tutto io t'ho concesso, Fuor che sopra te stesso e il voler mio, In altrui danno, al peggior modo, adopra. Dalla tua reggia eterea I mali tuoi repenti Struggan le umane genti; Più tenebroso in quei Che più profondamente ama il mio petto, Il tuo maligno spirito si avventi; Scatena lire tue, lancia le schiere Dei tuoi tormenti sul mio corpo, sopra Ogni cosa diletta; a sempre vigile Strazio quest indomato Capo rimanga addetto, Finchè il regno dell’etere A te conceda il Fato.
— 22 —
Ma te, Signore e Dio, Che dell’ anima tua popoli questa Valle d° affanni, te cui riverente E spaventato incurvasi In terra e in cielo ogni ente, Te d'ogni ben nemico, Che domini su tutto, io maledico ! Possa al tuo lato affiggersi Come rimorso ardente, O carnefice mio, Quest’ imprecazion d’ un sofferente, Fin che veste d’orribile agonia L’ infinità ti sia; Fin che in serto di spasimo si muti La tua possanza enorme, ed attorcendosi Al capo tuo, come infocato anello, Lentamente consumi il tuo cervello.
Altri, in virtù di questa Imprecazione, altri misfatti accumula Sopra l’anima tua; poi, giacchè eterno
Tu sei del mondo al pari,
Eternamente amari Trascorri i giorni dell’ inutil vita, Dannato a solitudine infinita;
E strazio eterno al petto
Ti sia del Ben l'aspetto.
Sul trono or sei, terribile
D'un tranquillo poter larva mentita; Ma scoccherà pur l'ora Che apparirai qual sei! Dopo sì vane Fraudi e delitti allora, Una traccia di scherno Traverserà, poi che sarai caduto, Lo spazio e il tempo eterno. »
Prometeo
O genitrice mia, dunque fur questi I detti miei ?
La Terra Ben questi. Prometeo
N’ho pentimento. Vola Spesso improvvisa e inutile Dal labbro la parola; Cieco spesso è il dolore, e tal fu il mio. Nessun essere mai, nessun mai soffra ! Questo è l'augurio del mio core. La Terra Ahimè ! Danno e sventura a me! Così disfatto Sarai da Giove alfin. Gemete, urlate,
O terre, o mari! A voi lo straziato Mio sen risponderà.
Gemete, urlate forte,
Spiriti della Vita e della Morte; Il vostro difensore, il vostro aiuto Vinto, abbattuto è già!
1° Eco Vinto, abbattuto è già ! 2° Eco Vinto, abbattuto.
Jone
Non temete, è uno spasimo breve; Non è vinto finora il Titano. Vedi, vedi pe °l cerulo vano Una celere forma apparir?
Giù dai greppi lucenti di neve
Lieve lieve s'affretta a venir.
Come avorio, cui rosa invermiglia, Splende il piede nel sandalo aurato, Che di penne purpuree fregiato Solca i venti che oppongonsi invan;
Una coppia di serpi attorciglia
Il virgulto onde armata ha la man.
Pantea
Mercurio egli è, di Giove il vago araldo.
Jone
E chi son quelle c' han d’idra le trecce E con ale di ferro ergonsi al vento? Le caccia il Dio, qual con ardenti frecce Spinge il sole dei nembi il fosco armento. Ecco fanno di sè calca infinita, Che orrenda alle nemiche aure schiamazza..
Pantea
Son le cagne di Giove, orda abborrita Che in mezzo alle tempeste atre gavazza.
Allor che tra solfuree
Nubi il Saturnio trascorrendo impazza, E coi lanciati fulmini Spezza del ciel le mura, Questa congrega impura Di ruine e d’ambasce E d’atro sangue ci pasce.
Jone
Disertan l'’ombre e qui muovono i vanni A cibar nuovi affanni ?
Pantea
Il Titan guarda, come suol, tranquillo, Non orgoglioso.
1° Furia Ah, qual sentor di vita ! 2* Furia Ch’ io spii nelle sue ciglia ! s* Furia La speranza Di tormentarlo esala un odor grato,
Come ad augelli di rapina un mucchio, Di cadaveri dopo una battaglia.
1* Furia
Osi indugiare, Araldo? Animo, o cagne Dell’ inferno! Oh qual cibo e qual sollazzo Avremo or ora dal figliuol di Maja
Alfine !.... Compiacer 1° Onnipossente Lungo tratto e chi può?
Mercurio
Via, maledette, Ai vostri ferrei valli, ai tormentosi Fiumi di foco a digrignare i denti Digiuni! O Gerion, sorgi, o Gorgone, O Chimera, e tu, Sfinge, che di tutte La più sottil versasti a Tebe il vino Attossicato, onde incestolle il petto
Snaturato odio e snaturato amore, Lanciatevi su queste !
1° Furia Oh, grazia, grazia,
Pietà ! Moriam di desiderio noi; Non discacciarci !
Mercurio
Acquattatevi dunque In silenzio. O magnanimo dolente, Malgrado mio, molto malgrado, spinto Da un cenno ineluttabile del padre, Vendette nuove ad eseguir qui vengo. Quanta pietà di te, quanto dispetto Sento io di me, ch'altro non possa! È ormai Lunga stagion, che la perpetua vista Del tuo dolore, esoso il ciel mi rende, Come l'inferno, Il tuo consunto aspetto Notte e dì mi persegue e mi rampogna Con amaro sorriso. Ah sì, costante, Saggio, buono tu sei; ma come, oh come Contro a Chi tutto può tu sol potresti Tener fronte in battaglia ? Assai le chiare Faci laggiù, che tutte ad uno ad uno Dirimono gli stanchi anni fugaci, Contr’ a cui non è schermo, appreso t hanno- E più ti apprenderan, che invan ti ostini.
«Or ecco, il tuo tormentator di nuove Forze, di straz) non sognati mai,
Arma le Furie nell’ inferno intente
A macchinar lenti supplicj; aizza Quanti dèmoni astuti, insani, orrendi ‘Tengono il tenebroso Erebo, e ingiunge, Così non fosse mai! ch'io qui li adduca, ‘Qui li lasci a tuo strazio. A_ te soltanto In fra tutti i viventi esseri è noto
Il terribile arcan, per cui lo scettro
Del cielo immenso ad altre mani un giorno Trasferito sarà: questo, sol questo
Di paurosi dubbj agita il petto
Del supremo signor. Perchè non vesti Di parole il secreto, acciò che sia
Della tua grazia intercessore, e cinga ‘Supplice il trono suo ? L’ animo piega Alla preghiera; nel tuo cor superbo, Tempio fastoso, il tuo voler s'inchini: Benefica e dimessa indole, il sai,
Il più torvo e rubesto animo ammansa.
Prometeo
«Or ve’ come anco il bene entro a’ malvagi «Spiriti in mal si cangia! Io gli donai
Quanto or possiede; e in cambio ei m'incatena Anni e secoli qui, le notti e i giorni,
«O che il Sol la mia pelle arida fenda,
— 29 —
O che sotto al lunare occhio la neve
Con l’ale cristalline il crin m'addensi, Mentre il piè dei suoi servi al suo comando Della stirpe a me cara il collo calca.
Il guiderdone del tiranno è questo!
E giusto è ben, poi che al maligno mai Giunger non può qual che sia bene accetto ; Nè gratitudin già, ma dispettoso
Odio e vergogna d’un perduto amico
E del dono d'un mondo ci sentir deve, Son mia sola mercede i suoi misfatti.
La bontà gli è rampogna acre, che infrange Con punte amare l’inquieto sonno
Della vendetta. A lui piegar la fronte ?
Non sarà mai, t è noto. E inver, qual’altra Sommissione io posso far, qual’ altra Gradire ei può, se non quella parola Rivelar che sigilli eternamente
La schiavitù dell’ uomo, ardua parola,
Che qual damoclea spada a un crin sospesa Su la corona sua tremula pende ?
No, non l’avrà! Sinchini altri al Delitto Onnipossente, ma per poco, in trono;
E nella sua viltà securo viva:
Giacchè, dove Giustizia alfin trionfi,
Non pene, ma pietà sopra i suoi danni Verserà, paga e vendicata assai
Dai colpevoli stessi. Io dolorando
— 3o—-
Aspetterò così l’ ora solenne
Del mio compenso, che mentr'io ti parlo, Più vicina si fa. Delle infernali
Cagne il clamor non odi? A che più stai ? Di tuo padre al corruccio il ciel si fende.
Mercurio
Oh perdonato a me fosse il dolore D’ infligger nuove pene, a te infelice Di sopportarle ! Non ti sia pur grave Di rispondermi ancor: quanto l’ impero Di Giove durerà ? Prometeo Esso avrà fine; Altro non so. Mercurio Ahi, noverar tu dunque Gli anni non puoi che spasimar qui devi? Prometeo Quanto il regno di Giove ei dureranno: Altro non bramo, altro non temo. Mercurio
Un tratto Pensa; t immergi nell’ eterno mare,
—_ 3 —
Là dove il tempo immemorato e quanti Secoli immaginar possa il pensiere
Non sono altro che un punto; e il riluttante Spirito, dietro al lor volo infinito,
Si travaglia, si strugge, infin che cieco
E smarrito e d’ un sacro orror compreso Naufraghi assorto dall’ abisso immenso: Annoverato i lenti anni non hai
Che in assiduo dolor spender qui devi?
Prometeo
Pensier non è, che a numerarli arrivi; Ma passeranno.
Mercurio
Oh tu potessi in cielo Trascorrerli fra’ numi, in liete gare Di voluttà !
Prometeo
Non lascerei per essi Il mio dolore impenitente e questo Burron !
Mercurio T' ammiro, e ti compiango a un'ora!
ego,
Prometeo Gli abietti schiavi di Colui compiangi, Non me, dentro al cui sen, come la luce.
Nel sole, una quiete alma troneggia. Ma che pro del ciarlar? Chiama i demòni.
Jone
Guarda, sorella: un bianco foco ha tutto Fino all’ime radici un alto, immenso Cedro scosceso carico di neve.
Oh come rugghia il fulmine divino !
Mercurio
Del mio signore ed a’ tuoi detti io devo Ubbidir; ma sul core, ahi, qual rimorso Terribile già pende !
Pantea Ah mira, come
Scende il figlio del ciel con piede alato Tra' raggi obbliqui d’ oriente ! Jone Chiudi, Sorella cara, sopra gli occhi l’ale, Non tu muoia, se guardi. Ecco, già vengono
Vengono, ce con le penne, innumerevoli, Vacue, come la morte, il giorno oscurano.
O Prometeo!
2° Furia O Titano inclito ! 2* Furia
O degli Schiavi del Cielo difensor!
Prometeo
Colui Che con tal voce orribile s' invoca, Il titano Prometeo incatenato, È qui. Ma voi che siete, orride forme, Chi siete voi? Così pazzi fantasmi, Sbucati fuori dal cervel di Giove Creator d'ogni mal, non eran mai Dal fecondo di mostri Erebo emersi. To, contemplando gli esecrati aspetti, Divenir temo a lor simile, e fiso Guardo, e in un tetro fascino sorrido,
l* Furia Noi ministre di pena e di spavento, D’odio, di disinganno e di sospetto, Di tenaci delitti ispiratrici, M. Rapisarp1- Prometeo Liberato, 3
Quali magri levrieri alla foresta
Un cerbiatto ferito e gemebondo,
Noi rintracciamo ogni essere che piange, P Che sanguina, che vive, appena al nostro Talento l’ abbandoni il re del cielo.
Prometeo
O sotto un solo nome orride e strane 4 Nature, or vi conosco; a questi laghi, E A questi echi le vaste ombre e il clangore
Delle vostre ferrate ali son noti.
Ma a che v'invia su dagli abissi a schiera
Chi di voi fa più sdegno e più ribrezzo?
2° Furia Nol sappiamo. O sorelle, allegre, allegre ! Prometeo Abile d’ allegria dunque è la vostra Deformità ? 2* Furia S'allegrano gli amanti Fisandosi negli occhi e la bellezza Dell’agognata voluttà beendo; E com'essi noi siam, Qual delle rose L’ incarnato natio la guancia avviva Della sacerdotessa umile e bianca,
Mii recco ere era ere e prit sr
Che prona sui ginocchi le raccolse, E ghirlanda sen fece al dì festivo; Tale dall’agonia de la concessa Vittima l'ombra, che ne veste, esala : Altrimenti di forma orbe noi siamo Pari alla Notte che ci è madre.
Prometeo
h Oh come E con quanto disprezzo or di codesto Potere e insiem di chi vi manda io rido! Or via, sul capo mio tutta versate
La coppa del dolor.
1° Furia
Pensi tu forse Che sia nostro pensier l’ uno dall’ altro Scinderti i nervi e l’ossa e un sottil foco Insinuar nei tuoi midolli ?
Prometeo È mio Elemento il dolore, è l'odio il tuo. Sbranatemi, nol curo.
2* Furia
Ah, forse immagini Che innanzi agli occhi tuoi senza palpèbre Starem sempre ghignando ?
- d6
Prometeo
To quel che fate Non libro già, ma quel che pur v'è forza Soffrire, essendo sì maligne! Oh come È crudele il poter che voi, che tanti Tristi aspetti di mal chiama alla luce!
3* Furia
Credi forse, che in te singolarmente Come una spirital vita vivremo, E, oscurar non potendo il luminoso Spirito, ad esso ci starem dintorno Simili a ciurma clamorosa e vana Che turba e offusca dei più saggi il senno? Ovver che dentro al tuo cervel saremo Spaventoso pensiere, o brama insana Nel tuo core stupito, o fatte’ sangue Scorrerem pigre dentro al labirinto Delle tue vene, alimentando affanni?
Prometeo
Tali or voi siete, e che? Re di me stesso
Per anco io sono, e la pugnace turba,
Che mi tormenta, entro al mio petto io reggo, Simile a Giove allor che fra* tumulti
Del riottoso inferno a voi dà legge.
— 3 +-
Coro di Furie
Dall’ ultime terre, dall’ ultime terre, Che al giorno son culla, sepolero a la notte, Venite, venite E voi che in allegre, terribili frotte I monti scotete col ghigno giocondo, Allor che le ville rombando atterrite Dei subiti abissi ruinano al fondo; E voi, che scorrendo senz’ali alle piante Gl’ ingordi marosi chiudete alla fine Sul nauta affamato, sul naufrago errantè, E in cima sedute dell’ erme ruine Gracchiando di gioia le stelle ferite: Venite, venite ! Via sorgete dal basso giaciglio, Che distendesi freddo e vermiglio Sopra l’ossa d'un popol che fu. Quivi sia l'ira vostra sepolta, Qual favilla fra cenere accolta: AI ritorno improvviso dintorno Darà fiamme ad un soffio ognor più. Di sè stesse il disprezzo ‘lasciate Alle giovani menti codarde, Che poltriscon dal senso incantate Perchè ancor la miseria non l’arde; Gl’ ingiocondi recessi infernali Abbia il vulgo che trema e delira,
LE IR
|irrsementerizer ren tonconicn cere ever riceverete
Nel terror di fantastici mali
Più crudel che non faccia voi l’ ira. Qual mucchio di densi vapori noi siamo Dall’ ampie caverne dell’ Erebo uscite; D’ influssi maligni noi l’ aure ammorbiamo, Ma l’opera è vana, finchè non venite.
Jone
I
D' altre penne fragor sento, o sorella.
Pantea
“Tremano al rombo, come l’aria, queste Salde montagne. Di tra l’ale io vedo Annottar fosco alle lor ombre il mondo.
4* Furia Il vostro grido, qual carro alato Spinto dal nembo, qui ci ha portato.
Ai rossi vortici d’ una battaglia Ci strappa, e rapido tra voi ci scaglia.
5° Furia
Ci strappa all'ampie cittadi grame, Cui di cadaveri sparge la Fame;
6* Furia
All’ uman rantolo non ben gustato; Al sangue tiepido non assaggiato;
7* Furia
Ai freddi computi d’ un concistoro, Dove i re mercano sangue con oro;
8* Furia Alla fornace rovente, dove.....
Una Furia
Basta; conosco le vostre prove,
E so ben quello che dir vorreste;
Ma con gl’ inutili vanti potreste Rompere il magico poter, che deve Quest’ Invincibile vincere in breve, Questo cor ferreo che sfida, e a scherno Le forze altissime tien dell’ Inferno.
Un’ altra Furia
Il velo si squarci !
Un’ altra Furia
Squarciato è già il velo. Oh, quando mai gli astri languenti all’ aurora Più grave tormento miraron dal cielo ? Sei stanco, titano gagliardo? Osi ancora Vantar la scienza che desti al mortale? Oh, come di sprezzo ridiamo per te! Oh l’alta scienza! la sete immortale
— #0 —
tte ET TITTI e rear nare ni snrenzinaninaana seni ciirziiane nere reni agenetzae
Cui spegner quell’onda fugace non vale! Oh l’avida febbre di speme, di amore, Di brame, di dubbj, che rodegli il core, La febbre, cui fine, cui tregua non è! Sorse alfine un cor mite e gentile Che alla terra cruenta sorrise; E la voce che all’aure commise A lui stesso superstite fu. Ma cangiata in veleno sottile Penetrò dentro all’anime tutte, Si che in breve andàr guaste e distrutte Pietà, pace, giustizia, virtù. Mira quante città popolose All’ immenso orizzonte dintorno Lancian fumo all’etereo soggiorno, Mandan grido d’ immane dolor !
il cor suo, che pentito si frange Alla croce che all’anime impose;
il suo spirito mite che piange Su la fiamma, ond’accese ogni cor. Ma la fiamma, se ancora ben guati, Pari a foco di lucciola è fatta, E una plebe atterrita e disfatta Veglia intorno alla cenere invan. Oh contento! Ed i secoli andati T° empion d’ aspre memorie la mente,
Tè guanciale di stecchi il presente, gi d
T'è di nuvole denso il doman.
— ql -
breertici creare erre rene ezine rterneerrntiteze e racer ne stre rr recerersteprnecneneetee0
Semicoro 1°
Lo spasimo atroce di sangue invermiglia La bianca sua fronte, contrae le sue ciglia. Or posa alcun poco. Non vedi? Una gente Dal proprio sepolcro rialza la testa, Qual sopra a deserte ruine si desta % a” Raggiando improvvisa la luce del di. * |» Sacro al Vero è il suo stato nascente, Libertà l’ accompagna e la guida, Libertà che ognor provvida e fida Lega i figli che amore nutrì,
Semicoro 2°
Non amor, non amore! Sbranato Hanno i figli il benigno parente; Fan vendemmia la Morte e il Peccato; Alla strage più loco non è. L’uman sangue, qual mosto bollente, gl Nei suoi flutti i pugnaci sommerge; 4 Su’ discordi, su’ vinti si aderge sv” Poter bieco di plebi e di rer( Tutte le Fu rie, fuor che una sola, si dileguano).
Jone eur 2° Aur0 {po Odi, La profondo,
Che invan represso orribilmente erompe Squarciando il cor del buon titano? Squarcia
Laga
è La tempesta così del ciel gli abissi; Mugolare così odon le fere Dalle profonde lor caverne i flutti. Sorella cara, e di mirar ti attenti Lo strazio che di lui fanno i demòni?
Pantea
Due volte, ahi, l'ho mirato; or più non oso. Jone
E che vedesti?
Pantea .. e
I Oh dolorosa scena !
Un giovane vid’ io da’ pazienti Sguardi inchiodato ad una croce...
Jone E poi? Pantea
Per la terra e pel cielo un popol denso Di paurose immagini di morte,
Qual dalla man, qual dal pensiero uscita Dell’ uomo e tutte agli uomini funeste Diversamente: perocchè talune
Col terribile sguardo, altre col ghigno Spengean l’ umana vita. Altri fantasmi
Erravan poi di sì bizzarro aspetto, Chio nè descriver so, nè spiegar come In così strani accozzi avesser vita.
Oh, non mi tenti una peggior paura Di guardar novamente: assai ci sia Questi gemiti udire,
- La Furia
ep” Ecco un emblema:
C Un che per l’uomo orrendi mali e ceppi Soffre ed oltraggi, ec all'uomo ed a sè stesso Dolori e danni a mille doppj accresce !
Prometeo
Oh, cessa l'agonia di quell’ ardente Vitreo sguardo ! Si chiudano coteste Pallide labbra! Non più la tua fronte Cinta di spine grondi sangue, e il sangue Misto col pianto le tue guance irrighi ! Codesti dolorosi occhi deh serra
Nella quiete e nella morte! I tuoi Angosciosi gemiti codesta
Croce non scotan più, non più le tue Pallide dita dal dolor contratte
Tentino i grumi delle tue ferite !
Orrore, orrore! Io non dirò il tuo nome: Una bestemmia è divenuto. Il saggio,
Il buono, il giusto, il generoso io vedo,
Abominato, poi che a te somiglia,
Dai servi tuoi; da perfide menzogne, Qual cerbiatto da lonze incappucciate, Assalito altri e vinto, esule muove Dalle case dilette, ahi, caramente Dilette in pria, poi tardi invan rimpiante; Altri in muda funesta incatenato
A un cadavere; a un palo altri (la folla Sghignazzar non ascolto?) attorniato Da pigre fiamme consumarsi; e regni Possenti a’ piedi miei fluttuar come radicate dal mare isole, e al rosso
-Baglior guizzante delle case in fiamme
Entro al sangue comune i figli immersi... La Furia
Sangue e fiamme vedere, ascoltar pianti Tu puoi; ma vi son cose anco peggiori Da le pupille e da 1° orecchie escluse,
Prometeo Peggiori ? La Furia Sopravvive in ogni umano Petto il terrore al ricolmato abisso.
Il più nobile cor trema di quanto Stimar cosa reale avrebbe a sdegno:
Uso ed ipocrisia tempio lo fanno‘
Di vieti culti; all’uman grado acconci
Non osa i beni rivelar; nè mai
Della propria viltà sè stesso accusa,
Altra forza l’ onesto aver dovrebbe
Che di versar lagrime vane; il forte
Di bontà manca: il suo gran vizio è questo; Uopo d’ amore ha il saggio; uopo gli amanti Di saggezza; talchè sempre commisto
A le cose più belle il mal tu vedi,
Molti, che d’ oro ricchi e di potere
Esser potrebber di giustizia amici,
Fra’ dolori de’ suoi vivon tal vita,
Qual se fosser di senno orbi e di senso,
Nè di sè, non che d'altri, hanno coscienza.
Prometeo
Nuvole sono di serpenti alati, I detti tuoi; ma chi non nha tormento Io compiango.
La Furia Il compiangi? Altro non dico. (Sparisce). Prometeo
Oh affanno, oh strazio! Ahimè, sempre dolore, Sempre dolore! Queste ciglia senza
Pianto, o il più fine de’ tiranni, io serro; Ma più chiare vegg’io l’ opre tue bieche Entro all’ animo mio, splendido fatto Dalla sventura. Ahimè, pace è soltanto Nella tomba! La tomba ogni più bella, Ogni più cara e onesta cosa inghiotte: To che son dio, non avrò pace mai.
Nè pace nella tomba aver vorrei:
IL’ aspra vendetta che di me tu prendi, O bieco nume, è la vittoria mia.
E tu cadrai! Queste orride parvenze. Onde mi cruci, fasciano di nova Resistenza il mio petto, infin che scocchi L'ora ch’esse non siano altro che larve.
Pantea Ahimè, quali fantasmi hai tu veduto?
Prometeo
Parlare e rimirare è doppio affanno: Uno a me tu ne sparmia. Havvi parole, Che sacri motti di Natura e imprese Vere di nobiltà splendida io stimo, Intorno ad esse si aggruppàr le genti E gridàr forte ad una voce: Amore, Libertà, Verità! Quand? ecco un’ alta Confusion piombò dal ciel tra loro;
La Discordia, l’ Inganno, la Paura
Sossopràr tutto; si avventàr gl’ ingordi Tiranni in mezzo e ne partîr le spoglie. La mia verace vision fu questa,
La Terra
Sentito, o figlio, ho il tuo martir con quella Confusa gioia che il dolor produce Quand’ è congiunto alla virtù. Qui tratti
De un mio comando, ascenderan tra poco, L’ egro tuo stato a consolar, quei vaghi Sottilissimi spiriti, che stanza
Han fra’ recessi dell’ uman pensiere,
E come dentro all'aria agili uccelli
Per quell’ onnicingente etere vanno:
Caccian quinci lo sguardo oltre a quel regno Crepuscolare, e come in uno specchio Contemplano il futuro. Oh, possa almeno La lor voce recarti alcun conforto !
Pantea
Ve’ quanti spiritelli in densa schiera Qui muovono, o sorella! Erranti fiocchi Sembran di nuvolette, allor che il fiato Di primavera al chiaro etra li addensa.
Jone
Oh, come più e più crescono! Tali Sono i vapori che su su dai fiumi
Lieve esalano allor che tace il vento,
E in vaghe sul burron liste si attaccano. E qual musica, ascolta ! E degli abeti Questo soave murmure, o del lago,
O ver de le cadenti acque lontane?
Pantea È un che di più soave e di più mesto. Coro di Spiriti
Da innumerati secoli Noi siam custodi e guide Alla pensosa specie Cui torvo un dio conquide.
Respiriam del vario Pensier l’aura infinita,
Ma non però corrompesi La nostra eterea vita:
O che profonda e grigia L'aria si addensi intorno, Qual torbido crepuscolo Di procelloso giorno;
O splenda, qual fra un nitido Cielo e un mar senza flutto Brilla sereno e limpido In gran silenzio il Tutto,
— 49 —
Siccome augelli in aere. O pesci in onda, o forte Pensier che nuoti incolume Sul mare ampio di morte,
Noi viviam dentro all’anime, Noi come nubi al vento, Lievi scorriamo e liberi Per l'immenso elemento,
Ed or da quel recondito Aer senza confine Rechiamo il vaticinio, C’ha in te principio e fine.
Jone
Ne sorgon altri ancora un dopo l’altro; Sembra un astro ciascun che irradj il cielo.
1° Spirito
Lanciato su dal soffio D’una tromba guerriera, Fra le dense ombre celere Celere io venni a te.
L’are distrutte, lacera De’ regi la bandiera,
Un rinnovato popolo Sorgea d'intorno a me,
Libertà, Morte, Gloria, Speranza era il suo grido,
M. Rarisarpi- Prometeo Liberato. 4
i ;
— 50 —
Che ripercosso e vario Perdeasi all’aure in sen; Mentre indistinto un sonito Crescea dal monte al lido, | Tal ch’ogni eccelso, ogni umile Loco di lui fu pien. Era d'Amor lo spirito, La voce del destin, La speme, il vaticinio, C'ha in te principio e fin.
2° Spirito
In arco sul mar procelloso Un’iride immota pendea; E il nembo sott’essa, orgoglioso Vincente, in trionfo incedea. Traeva a lui dietro un'accolta Plebaglia di nubi captiva, Che fosca, mutabile, folta Smembrandosi al fulmin si apriva. E il tuon sghignazzava. Disperso Qual pula, un naviglio gigante Sparia ne’ gorghi atri sommers , Coverto dall’onda spumante. Di bianchi marosi un orrendo Inferno stendevasi in giro; Da un pin fulminato io sorgendo, A te su l’estremo sospiro
CORO I]
D'un naufrago accorsi, che a lato Scorgendo il nemico morente, Gli diè la sua doga, e beato S'immerse nell’onda fremente.
3° Spirito
AI letto d’un saggio io sedea;
Sul libro, ond’ei s'era nutrito, Vermiglia una lampa splendea, Quand’ecco, di luce vestito,
Un Sogno si leva con ale
Di fiamma sul bianco guanciale. Quel Sogno era desso, che avea Acceso in quel nobile core Pietade, Eloquenza, Dolore ;
E sparse avea l’ombre del mondo Col fior del suo lume giocondo. Qual lampo d’acceso desio
Qui seco venuto son io;
Ma prima che accendasi il giorno Gli è forza rifare il viaggio:
Qual veglia affannosa pe 'l saggio, Se a lui non fa tosto ritorno!
4° Spirito
Qual novo amatore, ch'a un blando Susurro, a una vaga armonia Rattiene il respiro, sognando
Sul labbro a un poeta io dormia. Terreni diletti ei non ciba,
Ma baci soavi deliba
D’aeree fantasme, che sole Frequentan lo splendido impero Del suo sterminato pensiero. Dall’alba al crepuscolo, spesso Contempla egli estatico il sole Nel placido lago riflesso; Lo/sciame che biondo si aggira Su’ fiori dell’edera ei mira;
Ma quali son essi non vede
Gli oggetti che affisa, nè il chiede: Ei può delle cose più frali Formar creature immortali ; Fantasme egli crea col pensiere Più vive dell’uomo e più vere. Destommi una d'esse, e son corso Qui lesto a recarti soccorso.
Jone
Due figure vèr noi muover non vedi Dall’oriente e dall’occaso, come
Due colombelle, predilette figlie
De l’aria bella che sostenta il tutto, Movon dall’alto e in un voler sen vanno Con ali aperte e ferme al dolce nido? Odi: la voce lor mesta e soave,
e O
In cui l’amore ed il dolor si mesce, In una melodia lene si solve.
Pantea
Parlar tu puoi, sorella? Entro al mio core Son le parole mie tutte sommersa.
Jone
Voce mi dà la lor bellezza, Oh mira Come lievi si librano su l’ale,
Ove in tenero verde, in croco e in oro Il ceruleo color vago digrada !
Il loro soavissimo sorriso
Come foco di stella i cieli accende.
Coro di Spiriti Hai veduto l’aspetto d'Amor ?
5° Spirito
Come un'alata Nuvola pe’ deserti dell’aria, per gl’ immensi Dominj io m’affrettava, quand’ecco, in men che il [pensi, Guizzar vidi una forma di stelle incoronata. Avea di lampi inteste le brevi ale; sprizzava La gioia della vita dalle nettaree chiome; Splendea sotto a’ suoi passi l’universo. Ma come o trascorrea, la fulgida parvenza dileguava,
> Sg
E dietro a lei la vacua Distruzion s’apria. Savj famosi, tratti in ceppi a la follia, Eroi dal mozzo capo, giovinetti pallenti Che affrontavan la morte, baldi, senza lamenti, Empiano di splendore la notte. Ed io vagai, Vagai tanto, che alfine in memore allegrezza Il sorriso più triste ch’'abbia veduto io mai Tu tramutar potesti, o re della tristezza.
6° Spirito Ah, sorella, il Dolore è un esser delicato: Non muove su la terra, nell’aria non galleggia, Ma con passi che portano la morte, inesorato Procede; ma con volo silenzioso aleggia Su le dolci speranze, che nutrimento solo Son dei cori più miti, delle più probe menti, Che all’aura cullati del carezzevol volo, AI suon molle assopiti dei suoi passi frequenti Sognano, ad un riposo fallace abbandonati, Visioni celesti, chiamano il mostro Amore, Fin che al par di costui, per cui siam qui volati, Svegliansi, e l’ombra tetra ritrovan del Dolore.
Coro
Si, d'Amore il Dolore è consorte, E l’incalza come ombra funesta Sul caval bianco alato di morte.
Col furor d’improvvisa tempesta Vola rapido, ed uomini e fere, Erbe e fior, saggi e folli calpesta.
Ma tu solo, tu sol domerai,
O Prometeo, il fatal cavaliere, Nè dolor, nè ferita ne avrai.
Prometeo
Come sapete, o spiriti, Ciò che sarà?
Coro
Viviam nell’aria noi;
E come all’appressar di primavera, AI soave alitar dei zefiretti
Dileguan le brumose
Procelle, e si risentono
I più vecchi cespugli: Rosseggiar mira il nomade pastore I teneri germogli, e si consola Che il biancospino fiorirà tra poco;
A noi così Giustizia,
Amor, Pace, Saggezza,
Quando solerti pugnano, Di lor vittoria dan segni evidenti, Siccome i venti al pastorello, e ispirano La profezia c'ha in te principio e fine.
Jone
Dove ne andàr gli Spiriti?
Pantea
Di loro, Fuor che un senso indistinto, altro non resta: Tal se d’un tratto in ebano canoro L’onnipossente melodia s’arresta, E la voce ispirata in un sonoro Tremor languisce dolcemente mesta, Echeggiar pe’ dedalei avvolgimenti Dell’anima una vaga aura tu senti.
Prometeo
Quanto leggiadre son queste errabonde Creature dell’aria! Eppure io sento,
Che senz’amore ogni speranza è vana.
E tu da me sei lungi, Asia diletta !
Quando il mio core traboccava, aurata Coppa eri tu, senza di cui la polve
Bevuto avria lo scintillante vino.
Tutto è tranquillo a me dintorno. Oh come Penosamente sopra il cor mi pesa
Questo cheto mattin! Se l’assopirmi
E il sognar non mi fosse anco interdetto, Non sarebbe il mio sogno altro che affanno. Lieto sarei, se di me fosse alfine
iii
Ciò ch’esser dee: redimere l’umana Specie dal male e dal dolore, o tutto Nel primitivo baratro annegarmi
Delle cose. Dolore altro o conforto Quivi non è; la terra a consolarmi,
Nè a tormentarmi il ciel quivi non vale.
Pantea
Dimenticato hai tu, chi nelle fredde Notti ti veglia, e mai ciglio non vela, Se non quando su lei stendesi l’ombra Del tuo Spirito ?
Prometeo
E vana ogni speranza, Fuor che l'amore, io dissi. E tu non ami?
Pantea
Profondamente in ver. Ma già la stella Oriental biancheggia, ed Asia aspetta
Là nell’esilio suo, nella remota
Indica valle, irsuta un tempo e fredda
E desolata a par di questa rupe;
Or di miti aure, d’armonie, di fiori Leggiadri e d’erbe, in tra foreste ed acque, La presenza di lei l’orna e l'avviva:
Sc non che di te priva eternamente, Tanta bellezza appassirebbe. Addio.
ATTO SECONDO
SCENA L
Un’amena vallicella nel Caucaso indiano, È mattino,
Asia sola
Da tutte le celesti aure discesa
Come uno spirto od un pensier tu sei, Che da rigido ciglio inconsuente
Lacrime esprime e un triste animo affanna Che aver dovrebbe a riposare appreso; Tu dai nembi cullata a noi ten vieni,
Tu ti risvegli, o primavera, o figlia
Dei venti. Come la memoria mesta
D'un dolce sogno, come il Genio, come La Gioia, che, da terra alto sorgendo, D’auree nubi il deserto arido allieta
Del viver nostro, a noi così d’un tratto Ten vieni. È questa la stagione, il giorno, “ora è ben questa, che al levar del sole
Tu qui giunger dovresti, o lungamente
Desiderata, o troppo a lungo attesa,
Cara sorella mia. Deh vieni! Oh come
Striscian, senz’ale, pari a vermi in morto
Corpo, gl’istanti! Il raggio d'una bianca
Stella, in una quiete intima, tremola
Nel croceo lume del mattin crescente,
Là sui monti di porpora; traversa
Le nebbie cui la fresca aura dirada,
E ne le vaporose acque del lago
Si specchia. Ecco, or si cela, ora un soave
Chiaror ne invia di tra’ vapori, come
L’onda si spiana, e in fila ignee l° intesta
Nuvoletta a la scialba aria si sfiocca.
Ora è sparita; e su le nivee cime,
Che quasi lievi nuvolette sfumano,
Tremole sparge le sue rose il Sole.
Il fruscio delle glauche ali non sento
De la sorella mia? Sembra un’eolia
Musica all’aure del mattin vermiglio. (Entra Pantea)
lo sento, io vedo sì quegli occhi ardenti
In un sorriso che digrada al pianto,
Come stelle che dietro ad un argenteo
Velo di brina trepide languiscono.
O diletta, o bellissima, che l'ombra
Di quell’anima porti, ond’io sol vivo,
Come lenta sci tu! Dall’onde emerso
— 0 —
(Era il disco del Sole; egro languia Di speranza il mio cor, prima che l’aria Dorme ignara il tuo vol pigro sentisse.
Pantea
Perdonami, sorella: illanguidite
Dalla memoria d’un sogno soave
Erano l’ali mie; tali impregnate
Di dolci essenze, allor ch’arde il merigge, Languide aleggian l’aurette estive.
Già tranquilla io dormia, fresca e serena Risvegliarmi io solea, pria che del sacro Titano il caso e il tuo misero amore Fatto avessero al mio, come al tuo petto, Per uso e per pietà soliti, ahi troppo,
Il dolore e l’amore. Io m’addormia
Per le glauche spelonche dell’antico ‘Oceano, per gli opachi pergolati
D’alighe verdi e di purpureo musco,
‘Ed allora, come or, le lattee braccia Della mia Jone giovinetta intorno Chiudeansi alla mia bruna, umida chioma Teneramente, mentre io le socchiuse «Ciglia e le guance dentro la profonda Piega del petto suo tutto odoroso
Di vita nascondea. Ma non com’ora, Dacchè fatta son io aura, che manchi ‘Sotto la dolce melodia che al mio
«Cor dal tuo muto conversare emana,
\
— Gi —
Dacchè quasi disciolta e tramutata
Sono nel senso, onde l’amor favella, Turbato era il mio sonno: eppur m'è grato Il sonno ancor, chè troppo, ahi, le vegliate Ore mi son di cure aspre e d’affanni.
Asia Alza gli occhi: ch'io legga ivi il tuo sogno. Pantea
Dunque, ai piedi di Lui, con la marina Sorella nostra, come or or t'ho detto,
Io dormiva. Spargea la montanina
Nebbia, addensata dalle nostre voci
Sotto la luna, le sue nivee falde,
E proteggea dal ghiaccio acuto i nostri Inanellati sonni. Allor due sogni
Vennero a me. L’un m’è di mente uscito; Ma Prometeo nell'altro a me comparve
Da lo squallor, da le ferite alfine
Scevro il bel corpo; azzurra ardea la notte Ne la gloria di quella inclita forma,
Che dentro a noi vive immutata, e tale Sciogliea la voce, che parea melode
Vaga che nel cervel penetra e il rende Vertiginoso, e il fa quasi languire
Da una gioia sottile attossicato:
«O sorella di lei, sotto al cui passo
Tutto di venustà pullula il mondo,
Bella d’ogni altra più, fuor che di lei, ‘Onde l’ombra tu sei, gli occhi in me leva!» Sollevai le pupille: il baglior vivo
Di quel volto immortale era ombreggiato D'amore; dalle floride, ondeggianti Membra e dai labbri dal piacer socchiusi, Dalle palpebre languide e profonde
Un vapore di foco, un’ infiammata
Aria spirava, che del suo potere Onnisolvente m’avvolgea, siccome
Lo splendor che al mattino il sole avventa, T ; Quando bevuto ancor non ha di qualche Nuvola errante il rugiadoso umore.
Io non parlava, non udiva: immota Giacca; ma dentro a me tutta sentia
La sua presenza insinuarsi e mescersi All’esser mio così, che la sua vita Diveniva il mio sangue, il suo la mia. Tale assorta restai, fin che alla guisa
Di vapore che in gocce si rapprende
Al cadere del Sol su per gli abeti,
E tremola con essi, alla profonda
Notte, si condensò l’essere mio,
Sì che raccolti a poco a poco i raggi Del pensier, la sua voce udir potei. Oscillavano i suoi languidi accenti Come note di lieve melodia;
—- ge
Ma ancor che per la notte alta tacessi, Fra tanti suoni il sol tuo nome intesi. Jone svegliossi; e «indovinar tu puoi, Dissemi, ciò che m’ha turbato il sonno? Io seppi ognor ciò che bramai, nè in vani Desiderj agitarmi ebbi diletto;
Pure adesso non so quel che mi cerchi, Proprio nol so: come una indefinita Soavità, come una brama io sento D’ignota cosa, ma d’amor ben degna. Una tua burla, o cattivella, è questa: Scavitolato hai qualche vecchio incanto, E al susurrar di magiche parole
Tratta l’anima mi hai, mentre io dormiva, E con la tua l'hai mescolata: or ora Quando ci baciavam, fra’ tuoi socchiusi Labbri la mia vitale aura ho sentito
E il calor del mio sangue, ond’or privata, Trepida fra le tue braccia languisco.»
Io non risposi; impallidia la stella Orientale, e a te volai.
Asia
i Tu parli, Ma come l’aria son le tue parole, Nè già le sento; alza le ciglia invece: Ch'io l’anima di Lui scritta vi legga.
— 64 —
Pantea
Io le sollevo, ancor che sotto al peso Del desiderio di parlar languiscano : Altro vedervi puoi, tranne il riflesso Della bellezza tua ch'ivi si specchia?
Asia
Gli occhi tuoi sono, come il ciel profondo, Azzurro, immenso, entro due cerchi accolti, Da lunghe e tenui palpebre protetti;
Scuri, lontani, indefiniti, in cui
Raggio a raggio s’intreccia e sfera a sfera.
Pantea
Perchè tu guardi, come se passasse? Uno spirito ?
Asia
Io scorgo un mutamento: Laggiù nel lor recesso intimo passa Un’ombra, una figura; è desso, è desso ! Dal mite lume d’un sorriso adorno, Diffonde un lene albor, come di luna Tutta da fosche nubi intorno cinta. O Prometeo, la tua luce è ben questa! Deh, non partire ancor! Quel tuo sorriso Non mi dice, che noi c’incontreremo
1
eretti
Sotto quel padiglion, che de’ tuoi raggi Splendido fia sul vasto mondo eretto? Spiegato è il sogno omai, Qual simulacro Sta fra di noi? Fiero ha lo sguardo e acuto; L’ispida chioma sua flagella il vento;
Pur cosa aerea egli è: com’oro brilla
Di tra la grigia sua veste la brina,
Di cui le stelle tremolanti ancora
Spente non ha, ben che al meriggio, il sole.
Il Sogno Oh vieni, vieni!
Pantea
È l’altro sogno mio, Asia
Si dilegua. Pantea
Nel mio spirito ci passa,
Già mi parea, ch’essendo qui sedute, Schiudea le gemme, involucri di fiori, Un fulminato mandorlo; quand’ ecco Dalle nevi de’ scitici deserti Una bufera irrompe, e tutta avvolge Di ghiacci aspri la terra. Intenta io miro: Sterpa e dissipa i fiori il vento irato,
M. RapisarpI - Prometeo Liberato
— 66
Ma come le campanule azzurrine
Del giacinto han di Apollo il lutto impresso, Scritte così sopra a ciascuna foglia
Eran queste parole: Oh vieni, vieni!
Asia
Tu parli, ed a’ tuoi detti a poco a poco Si popola d'immagini il mio sogno Dimenticato. Mi parca, che sotto
La bigia aurora giovinetta insierne Scorrazzavam pe’ campi; un gregge denso Di nuvole vellose e bianche in folti Bioccoli errava su per le montagne
Da una pigra, svogliata aura sospinto; In su l’erbette allora allora uscite
Dal fosco seno della terra, in candide Gocce pendea la tacita rugiada ;
Ed altro eravi ancor ch'io non rammento. Ma su per l’ombra delle nubi e i clivi Porporini dei monti: Oh vieni, vieni, Eravi scritto; e come pria dall’erbe
Si discioglieva la celeste brina,
Ecco apparir la stessa voce come
Di vivo foco impressa. In tra gli abeti Levossi un vento, ed un armonioso Tintinnio svegliò pria tra? neri rami Poi leni, dolci, languidi concenti Furono uditi, che parcano addio
D’anime che diceano: Oh vieni, vieni! E allora io dissi: Guardami, Pantea ; Ed anche in fondo alle tue care luci Io lessi: Oh vieni, vieni!
Eco Oh vieni, vieni! Pantea,
Le rupi in questo limpido mattino Primaveril ripetono le nostre Voci, quasi in lor fosse anima e lingua,
Asia
È un qualche genio che le rupi cinge. Oh chiari accenti e delicati! Ascolta,
Echi
Siam gli echi; ascoltateci. Noi star non possiamo: Qual roride gocciole, O bella Oceànide, Brilliamo, spariamo.
Asia
Odi, parlan gli spiriti: le voci Dell’ aerea lor lingua armoniose Oscillano per l’ aure.
Pantea Intenta io sono.
Echi Oh vieni, vieni Per le caverne vacue Ch’a’ nostri suoni echeggiano, Lù dove ampj frondeggiano I boschi ameni, oh vieni! (più lontano) Per le caverne vacue, Mentre che ondeggia Il nostro canto, vieni! Per l’estuosa Oscurità profonda, Ove la bionda Pecchia selvaggia penetrar non osa; Tra’ profumati Sonni dei languidi Fiori di notte, Presso alle grotte, innanzi a cui specchieggia L'onda chiara dei rivi, Mentre la nostra musica Va per gioco iterando i fuggitivi Tuoi passi leni, Figlia d'Oceano, oh vieni!
di (60)
sereniiceeras sezioni oniiczenezemniezenibatononett adire tiriezienicnezirtazenzi cenci
Asia
Seguir vogliamo questa voce? Or langue, Allontanasi.
Pantea Or più vicina ondeggia. Echi
Dorme una voce nel mondo ascoso, Che proferita finor non fu: Romper col passo l’alto riposo, Figlia d’Oceano, puoi sola tu.
Asia
Come spirano al lento aer gli accenti!
Echi
Per le caverne vacue, é A l’ondular del nostro canto, vieni; Vieni pe’ roridi Boschi al meriggio, Pe’ laghi e per le fonti, Pe? sinuosi monti, Agli anfratti, agli abissi, alle voragini, Dove la Terra dal dolor posava, Il dì che dall’amplesso Fosti di Lui divelta,
Per tornare di nuovo alle sue fide Braccia amorose adesso, O bella Oceanide.
Asia
Vieni, dolce Pantea, la man mi serra; Pria che la voce si dilegui, vieni.
SCENA IL
Una foresta intramezzata di rupi e di caverne. Pantea e Asia vi eotrano. Due giovani Fauni seduti sopra una roccia stano ad ascoltare. #
Semicoro 1° di Spiriti
Il secreto sentier, per cui cammina Quella coppia leggiadra,
In fra cedri ed abeti e tassi e quante Sorgono sempre verdi opache piante, Oltre l'immenso azzurro
Del cielo s’incortina. I densi domi suoi non Sol, non luna, Non pioggia od aura penetrar: può mai, Non altra cosa alcuna; Fuor che qualche furtiva Rorida nube, che dall’aure spinta Con serpeggiante volo Fra’ tronchi dei canuti alberi, a' fiori Aurei de’ verdi allori
— 7t —
Sbocciati or or qualche sua perla appende; O qualche frale anemone leggiadro Che piega e illanguidisce Silenziosamente; o ver qualcuna De le innumeri stelle, Che errando per la notte alta e trovando Un sottile spiraglio in tra’ frondosi Recessi, pria che per gli spazj immensi Lungi la tragga il ciel che mai non posa, Insinua indi i suoi rai, D’auree stille rigando L’ombre, simile a piova, Onde le fila non s’incontran mai; Mentre intorno signora S'asside una divina ombra solenne, E di musco perenne il suolo odora.
Semicoro 2°
Là, nell'ampio meriggio Svegliansi i rosignoli Voluttuosi; e quando In fra gl’immoti rami Dell’edera fiorita Ammalato d’amore uno vien meno ' D’angoscia o di dolcezza,
; E la flebile vita Stilla morendo al seno Melodioso, ansante,
720
jmrertvenremecninteia ene teni guenti croce
Della pietosa amante; Si dondola su’ fiori Un altro, e la cadenza Dell’ ultimo concento Languidamente di filar si gode; Poi spinge in alto a un punto L’ali de la melode, E in novelle armonie tutto si oblia. Tace intenta la selva: all’aria bruna Frusciar d’ale e concenti, Come di flauti intorno a un lago, senti; E ti s'inonda il core D’una dolcezza simile al dolore.
Semicoro 1°
Là degli echi vocali I vortici incantati Tesson lor giochi: per l’occulta via, Come in sua legge indice Demogorgone, allettano Gli spiriti, che assorti e riverenti S'abbandonano, quali Dalle invitte correnti, Ingagliardite dalle sciolte nevi, Si lasciano portare Via dalla rada le barchette al mare. Un gentil suono in pria
RE A
Lo spirito risveglia, Sia ch'ei sonnecchi o sia Che in colloquj s'avvolga; Una secreta forza indi l’attira Mollemente, e lo spinge; un’aura alata, . Dice chi la provò, dal palpitante Sen della Terra spira, e si lo incalza, Ch’ei crede ubbidir solo Ad un’intima brama, al proprio volo. Tale per l'aura ei nuota, Finchè dolce e superba Cresce e infuria l’armonica procella, E se contro ei le va, seco il trascina Precipitosa; ammontansi I suoi sonanti cavalloni, e quale Fiocco di nube a la cedevol’aria, Lo spinge alla montagna ardua e fatale.
1° Fauno
Immaginar tu puoi quai sia la stanza Degli Spirti, che fan di così dolci
Ed intime armonie suonare i boschi ?
I men frequenti spechi, i penetrali
Più reconditi son l’albergo nostro;
Assai note ci son queste foreste;
Ma benchè spesso udiamo i lor concenti, Mai non c’è dato d’incontrarli, Dove Posson celarsi ?
2° Fauno
E chi lo sa? Coloro Che s’intendon di Spiriti m’han detto, | Che padiglioni lor sono quelle aeree | Bolle che il sole incantatore esprime Da' languidetti calici pallenti Degli acquatici fiori, onde il melmoso Letto dei laghi cristallini e il fondo Degli stagni s’abbella. Ivi alla verde E d’oro radiosa aria, che in seno Dell’immenso fogliame il sole accende, Spensierati .si cullano; poi quando Scoppian d’un tratto le lor tenui case, E quell’aria sottil, che respirarono Nelle lucenti cupolette, esplode, E qual meteora per la notte ascende, Montan sovr’esse, ne infrenan l’insana Celerità, piegan le creste ignite, Guizzano scintillando, e giù di nuovo Entro l’onda natia vanno a celarsi.
I° Fauno
Così vivono alcuni; altri han dimora Dei garofani all'ombra, o dentro a’ calici Dei fioretti campestri, o delle ascose Mammole in seno, o ver nell’odoroso
Vapor che i fiori esalano morendo, O nelle gocce d'iridate brine.
2° Fauno
E altrove. come indovinar possiamo. Ma se indugiam qui chiacchierando, il sole Tocca il meriggio, e col pretesto vieto Di rintracciar le caprette smarrite Ricuserà quel cavilloso vecchio
Di Sileno cantar quella profonda Piacevole canzon del Caos antico,
Di Dio, del Fato, dell’Amor, del Caso, Del Titano inferrato all’ardua rupe
E alla cui libertà mutar vedremo Tutto in fraterno sodalizio il mondo : Dilettosa canzone, onde il perpetuo Crepuscolo di questi ermi si allieta,
E alla cui dolce incantagione intenti Tacciono senza invidia i rosignoli.
SCENA III. Pinnacolo d’una rupe fra le montagne, Asia c Pantea,
Pantea A questa volta il suon ci ha tratte. Il regno Di Demogorgo è qui; qui si dischiude, Come cratere di vulcan fumante,
Lo
La porta formidata, onde prorompe
Il vapore profetico, che il petto
Dei solitarj bee meravigliando
Nella beata giovinezza, e nome
Di amor gli dà, di verità; di gioia,
Di genio, di virtù: licor vitale
E inebbriante, che alla feccia ci vuota, Sì che ne resta avvelenato, e, quasi Ménade, ch’evoè danzando gridi, Vibra la voce contagiosa al mondo.
Asia
Oh trono degno di una tal Possanza! Qual maestà! Come sei bella, o Terra! Se tu fossi l’immagine d’un qualche Spirito più leggiadro e più tranquillo, Quando pur l’opre sue fosser macchiate Dal male, e come le sue creature
Bello e fragile ci fosse, ad adorarvi
Mi getterei. Pur l’anima s'inchina,
Quali che siate, e adora. Oh maestoso Spettacolo! Laggiù mira, o sorella,
Pria che il vapore la tua mente offuschi. Di nebbia ondeggia una pianura immensa, Pari a lago che in qualche indica valle, Increspando le azzurre onde al mattino, Sprizza argentee scintille. Oh, guarda come Si rota al vento e si condensa, e questo
Picco ove siamo, intorno intorno avvolto, Un'isola ne fa, tutta di opache
Selve precinta d’atri tassi in fiore,
E di spechi profondi, a cui volubili Acque dan lume, e di nebbiose forme Sotto a la brezza incantatrice erranti. Ecco, su da le acute alpi lontane, Guglie aeree di ghiaccio, onde intagliato È il cielo, e radiose al par del sole, Balza l'alba, qual fiotto abbacinante Dell’atlantico mar, che infranto ai fianchi D'una qualche isoletta arduo si lancia E di lucidi sprazzi irradia il vento.
Da tali mura è tutta chiusa intorno
La valle; dai burroni spalancati
Sotto alle nevi liquefatte mugghiano
Le caterratte, ed un fragore immenso, Non interrotto, maestoso come
Il silenzio, le intente aure rintrona.
Odi la neve che diroccia a valle,
E la valanga che si desta al sole:
Ben l'ha più volte la procella infranta, Ma raccolta e cresciuta a falda a falda Essa prorompe già, pari a possente Verità, che cresciuta a poco a poco, Pensier sopra pensiero, entro a ribelli Spiriti, alfin si sferra, e come or questi Monti la frana, risuonar fa il mondo.
Pantea
Ve’ come al nostro pie’ l'onda inquieta Della nebbia si frange in rosee spume! Così dintorno a naufraghi digiuni
Sopra un lubrico scoglio a grado a grado Monta l’oceano dalla luna attratto.
Asia I fiocchi della nube ecco si spargono Su noi; scompone le mie trecce il vento; Passan su gli occhi mici l’onde nebbiose Rapidamente; il mio cervel si offusca
Vertiginoso, e tra la nebbia tenui Spiriti vagolar vedo.....
Pantea
Cerulee Fiammelle tra’ lor ricci aurei s° intrecciano, Accennan sorridenti; eccone un altro, Un altro ancora; parlano; ascoltiamo.
Canto di Spiriti
Nel profondo, nel profondo, Giù nel fondo,
Fra la cheta ombra dei sogni,
Fra la lotta oscura e forte
Della Vita e della Morte,
— Gira
Giù per ogni Region ch’invido il cielo Agli umani occhi nascose, Oltre il termine ed il velo Delle cose, Che i gradini appunto sono Dell’eccelso ultimo trono;
Mentre un suon gira profondo, Giù nel fondo,
Qual levrier dietro alla damma,
Come fulmine al vapore,
La quiete alta al dolore, Alla fiamma
Il sottile insetto alato,
L’ansie torbide ai piaceri,
Ad entrambi il Tempo ingrato, L’oggi all’ieri,
L’aspro ferro ubbidiente
Del magnete alla corrente;
Per l’abisso ampio, profondo, Giù nel fondo,
Ove all’aria non s'accende
Iri mai, non astro o luna,
Dove luce od ombra alcuna Non discende
Nè dal ciel, nè da la terra;
Oltre al tetro etereo polo,
e
Mrrremi rime sont ener crt reni Armenia ceramisti miei eci E terrene
Giù sotterra, giù sotterra, Dove solo
Per l'immensa oscuritade
L’Uno eterno il Tutto invade;
Giù nel baratro profondo, Nel cui fondo, Qual tra nuvole baleno, Qual tra cenere favilla, Qual Amore a cui scintilla Viva in seno La memoria d’un addio, Qual diamante in grembo accolto Del petroso antro natio, È sepolto, Ma per te per te soltanto, Il tesoro dell’incanto;
Noi t'abbiam qui tratta al fondo Del profondo
Con costei che teco splende:
Mansueta anima frale
Tanto può su l’Immortale, Ch’ei s' arrende;
La condanna indefinita,
Al suo tron qual serpe avvolta,
Dalle porte della Vita Fia disciolta
—&i —_
Per virtù per virtù sola Della tua dolce parola.
SCENA IV,
La caverna di Demogorgone, Asia c Pantea.
Pantea
Qual velato fantasima si asside Sopra quel trono d’ebano ?
Asia
Caduto È il velo.
Pantea
Al seggio del potere un tetro Fantasima vegg'io, che tenebrosi Raggi diffonde a sè dintorno, come Sole meridiano onde di luce: Sguardo non ha, non forme, non sembiante, Non corpo, non profilo; eppure io sento Ch’esso è un vivente spirito.
Demogorgone
Domanda Quello che vuoi conoscere. M. Rapisarpi - Prometeo Liberato, 6
Che puoi
Risponder tu? Demogorgone Quanto tu chieder osi. Asia Chi creò questa macchina vivente Dell’universo ? Demogorgone Iddio.
Asia
Chi creò quanto Esso contien: voler, senso, intelletto, Memoria ?
Demogorgone Iddio, l’onnipossente Iddio.
Asia
Chi quel senso creò, per cui, se l'aura Di primavera ne riporti il suono
Non più sentito d'una voce amata Nella solinga gioventù, di pianto
MO
Ci s’empion gli occhi illanguiditi, il guardo Vivo dei fior, che piangere non sanno, Alle cadenti lagrime si offusca,
E deserto divien la popolosa
Terra per noi, se il caro idol s'invola ?
Demogorgone
Iddio clemente.
Asia
E chi creò il terrore, Il delitto, il rimorso, la pazzia, Che, quasi anelli de la gran catena Delle cose, il pensier legan dentr esso Lo spirito dell’uomo, e inesorati Lo trascinan così che sotto il peso Vacillando al fatal baratro ci volga ? Chi l’amore creò che in odio torna, Chi la speranza vana, e chi lo sprezzo Di sè, bevanda più del sangue ingrata, E il dolor cui linguaggio unico è il pianto Cotidiano e i penetranti gridi ? E chi fece l'Inferno o dell’Inferno La mordace paura ?
Demogorgone Ei regna.
Il nome Di lui pronunzia, il nome suo, non altro, Ti chiede un mondo nel dolor languente. Le imprecazioni giù il trarranno !
Demogorgone Ei regna.
Asia 1] sento, il so, ma chi mai dunque?
Demogorgone Ei regna.
Asia
Chi regna? Era in principio il Ciel, la Terra E la Luce e l’ Amore; indi Saturno
Dal cui tron cadde, ombra maligna, il Tempo. Sotto l'imperio suo vivean gli umani
Spiriti, come lieti, innocui fiori
O verdi foglie, allor che il sole o il vento Appassiti non li ha, nè degli insetti
Li han rosi ancor le semivive larve.
Ma l’alto stato e la scienza e il regno
Fi negava ai mortali e l’ingegnose
Arti che asservon gli elementi, e l’acre Pensier, che come sol penetra questo
Buio universo, e il glorioso amore
E l’imperio di sè; tal che per sete
Di tanti beni egra languia la vita.
Sorse allora Prometeo, e diede a Giove La saggezza ch'è forza, a un patto solo: Che l’uom libero fosse; e dell'immenso Del ciel dominio l’ investì. Ma fede
Non osservar, non ricambiare affetti, Calpestar leggi, onnipossente farsi
Ma senza amici, è questo il regno; e Giove Regna or davvero. Indi penuria, affanno E lotte e morbi e morte atra, non mai Conosciuta da pria, piombàro a un tratto Sulla stirpe dell’uomo. Intempestive Furie di foco e ruinar di ghiacci Incalzàro ai montani antri le affrante Disertate tribù; morser gli acuti
Bisogni i cori derelitti; insane
Ardenze e tenebrosi idoli e larve
D'un ben senza soggetto in mutua guerra Travagliaron le bieche anime, e i covi Ospitali echeggiàr d'ire e di stragi.
Vide Prometeo, e risvegliò la schiera Delle Speranze che dormiano all'ombra Dei fiori dell’Eliso, eterni fiori,
Moly, Nepente ed Amaranto, e « Aprite Le vostre irideseenti ali, ci lor disse,
E la fredda celate ombra di Morte!»
Poi l'Amore ci mandò, perchè del tralcio,
Onde si spreme della vita il vino,
Rannodasse i viticci, i cori umani.
Egli il foco domò, che qual rapace
Belva, tremenda e amabile ad un'ora,
Scherzò dell’uomo ubbidiente al cenno;
Tormentò l’oro a suo talento e il ferro, chiavi ed emblemi del potere; e l’ardue
Gemme e i veleni e le più tenui cose
Dai cupi monti e dal mar cieco estrasse,
Ei la favella, onde il pensier si crea
Misurator dell’ universo, ci solo
La scienza donò, che della terra
E del cielo ad un punto i troni scosse,
Ch’ahi crollàr, ma non caddero. Nel canto
Versàr l’armoniosa anima i vati;
La Musica elevò gli animi intenti,
E scevra di mortali ansie, qual Dio,
Spaziò per le dolci onde sonore.
La man dell’uomo allor segnò da pria
Modellò poi le più leggiadre membra
Nella docile creta; indi l’ umana
Forma indiò nei martellati marmi:
Miravano le madri, e la bellezza
Di quei corpi beendo avide, in seno
L'accogliean sì, che riprodotta e viva
La rivedeano attonite nei figli.
Ei l’occulta virtù delle sorgenti
E dell’ erbe spiegò: bevvero i Morbi
rem PE PIICRNtIII ERE TRenascatiic enti cenni rent teeapere Fani csncecrereeemeneisirticcintinne
—_ 87 —
E caddero sopiti; e fu la Morte
Simile al sonno. I complicati giri,
Che per lo spazio intessono i pianeti, Osservò diligente; insegnò come
Passi dall'uno all’altro covo il Sol;
Per qual secreto fascino si muti
La bianca luna, allor che sul deserto Mare il chiaro lucente occhio socchiude. Poi, come la vitale aura governa L’umano corpo, dell’oceano i carri Alenembosi a governare apprese,
Per cui l’Indo conobbe il Celta estremo. Indi l’ampie città furon costrutte:
Passò pe’ nivei colonnati il dolce
Fiato di primavera, e vaghi aspetti
Di turchine acque, d’ombreggiati colli
E di nitido azzurro indi si apriro,
Fur questi i doni che Prometeo fece Dei mortali a conforto; ed ei per questi Doni confitto a pena orrenda or langue. Ma chi regna sul Male, immedicata Piaga, che mentre l’uom, simile a un dio, I.e creature sue mira e si piace
Di lor bellezza, nell’insania il caccia,
E solo, derelitto, esule, abietto,
Segno al disprezzo della terra il rende? Chi su lui regna? Giove no, per fermo; Quando al suo cenno traballava il cielo,
— 88 —
E l’avversario suo gli adamantini
Ceppi squassando il maledia, qual vile
Schiavo ei tremò. Chi dunque è il re del male ? È uno schiavo egli pur? Dimmelo.
Demogorgone Schiavo È sol colui che serve al mal; se Giove Sia tale, il sai. Asia Ma tu chi chiami Iddio ?
Demogorgone Io parlo come voi: Giove è il supremo Degli enti. Asia E chi il signore è dello schiavo?
Demogorgone
Vomitar può l’abisso i suoi secreti?
Non ha tal voce umana lingua: il vero Ultimo è senza immagini. Che giova Dirti: affisa lo sguardo al ciel rotante?
Se Fato, Caso, Occasione, Tempo, Mutamento ei si appelli, a te che importa ? Salvo l'eterno Amor, tutto a lor serve.
Questo pur dianzi ho dimandato, e il core Non mi di dalla tua varia risposta.
Di tali verità certo qualcuna
Essere deve oracolo a sè stessa.
Una domanda ancor; tu mi rispondi, Come l’anima mia risponderebbe,
Se ciò che chiedo ella sapesse: al mondo Quind’innanzi sarà Prometeo il sole Ravvivator: quando verrà, deh quando, L’ora del sorger suo?
Demogorgone Mira!
Asia
Le rocce S’aprono, e in seno alla purpurea notte Varj cocchj vegg’io per l°aer tratti Da destrier c' hanno al tergo ale iridate, E calpestan le fosche aure. Un’ auriga Da’ selvaggi occhi il vol d’ognuno incita. Come inseguiti da demòni, a dietro Guatano alcuni, ancor che nulla in giro Fuor che le stelle penetranti io veda; Altri con fiammeggianti occhi protendonsi, E bevono con labbra avide l’aure
Del corso lor, quasi l’ amata inseguano E già già tra le braccia ansj la serrino: Come d’una cometa i crini fulgidi,
I lor lucidi ricci errano all’ aere, Mentre da tutto rapidi trascorrono.
Demogorgone
Queste, onde chiedi, son l'Ore immortali ; Una d'esse ti aspetta.
Asia
Un truculento Spirito ferma il tenebroso carro Sul pendio dell’ abisso, O tu, diverso Da’ tuoi fratelli, auriga irto, chi sei? Dove trar mi vuoi tu? Parla.
Lo Spirito L'immagine
D’un destino son io, più spaventoso Del mio sembiante; prima che il pianeta Volga laggiù, 1’ ombra che meco ascende,
Avvolgerà d’ eterna notte il vuoto Trono del ciel.
Asia Che intendi?
Pesa I
Pantea
Orrida ondeggia Su dal trono quell’ombra, a par di grigio Fumo d’una città che il mare inghiotta, Ecco, sul cocchio ascende; inorriditi Volano i corridori; il suo sentiero Vedi fra gli astri ottenebrar la notte.
Asia
È la risposta mia: strano!
Pantea
Su l’orlo Ve’ un altro carro, una conchiglia eburna, Intarsiata di vermiglio foco, Che viene e va dentro al suo cerchio, tutto In molli e strani ghirigori inciso, Siede sul cocchio un giovinetto auriga, Un giovinetto spirito, che gli occhi Ha di colomba, come la speranza. Oh, come attraggon l’anima i suoi dolci Sorrisi! Tale è lo splendor che adesca Le ingenue farfallette all'aria scura,
Lo Spirito
I corridori miei cibano i lampi, Bevono il turbo che trascorre a vol;
— Zi —
Quando rosso al mattino il cielo avvampi, Si bagnano nei rai nuovi del Sol.
Forza e celerità pari in loro è;
Figlia dell’Oceàn, vieni con me.
Io bramo; e il corso lor la notte accende; Temo, e veloci più del turbo ei van; Pria ch’apra il giorno le nebbiose tende, E terra e luna essi girato avran. Fermerem lassi in sul meriggio il più; Figlia dell’Oceàn, vieni con me.
SCENA V.
{1 carro, avvolto da una nube, si ferma in cima d'una nevosa montagna. Asia, Pantea ce lo Spirito delle Ore
Lo Spirito
Al sorger della notte e dell’aurora
Usan posare i miei corsieri un tratto; Ma susurrato mi ha la terra or ora,
Che sia del foco il corso lor più ratto: Corrano dunque, e l’alito infocato Bevan dell’acre desiderio alato.
Asia
Tu spiri nelle lor froge, ma il mio Fiato farebbe il corso lor più lesto.
Lo Spirito Ahi, nol farebbe!
Pantea
O spirito, deh posa, E dimmi: ond'è il fulgor ch’ empie la nube ? Il sole ancor non è levato.
Lo Spirito
Il sole
Non sorgerà prià che sia mezzo il giorno. Stupito in ciel fermasi Apollo, e questa Luce, onde il nembo che ne avvolge è pieno, Dalla possente tua sorella erompe : Fresche rose così, ch’entro una fonte Guardan, spirando incantatrici essenze, D'un aereo colore avvivan l’acque.
Pantea E invero io sento..... Asia Pallida divieni : C° hai tu, dolce sorella ? Pantea Oh come sei
Il
Trasfigurata ! Guardarti non oso:
Ti sento sì, ma non ti vedo, e appena
Lo splendor della tua beltà sostengo.
Se l’aere soffre il tuo svelato aspetto,
Alcun buon mutamento avvien per fermo
Negli elementi. Le Nereidi han detto:
Il dì che al nascer tuo schiudeasi il chiaro
Cristallo delle azzurre acque, e raccolta
Entro a conca venata, in su la calma
Superficie del mar vitreo nuotasti,
In fra l’isole Egee, presso la piaggia
Che porta il nome tuo, proruppe Amore
Fuor del tuo petto, simigliante a sole
Che d’ un aria di foco il mondo avviva ;
Sì che la terra, il cielo, il mar profondo
E le cavern= al solar occhio ignote
E tutto ciò che in essi abita e vive
Ricreati apparir della tua luce,
Finchè l'ecclissi del dolore un’atra
Tenebra al core, ond’ egli nacque, avvolse.
Tale or tu sei, nè solo io tua sorella,
Io tua compagna al tuo viaggio eletta,
Ma l’intero universo in te si piace.
Suonar non odi all’ aure un’ armonia,
Che l'amor d’ogni vivo essere echeggia ?
Amorose di te l’aure non senti,
L'aure che prive son d'anima ? Ascolta. (Musica)
oa
etere recent cri
Asia
Son di tutto più dolci i detti tuoi
Fuor che di quello onde son l’eco: dolce
È l'amor dato e ricambiato. A tutti comune l’Amor, come la luce;
La voce sua giammai non si consuma,
Pari all'aria vitale e al cielo immenso ;
Egli il rettile fa simile a Dio;
Gl inspirati da lui sono felici,
Come or son io; chi dopo lunghi affanni
Lo prova, è più felice; e tal fra poco
lo diverrò.
Pantea Parlan gli Spirti; ascolta,
Canto nell’Aria
O vita della vita, i labbri tuoi
Accendono d'amore il tuo respir; Il tuo sorriso arde la brezza e poi
A nasconder sen va, pria di languir, Sen va negli occhi tuoi, dentro a’ cui giri Langue d’ amor chi estatico li miri,
O figlia della luce, a te le membra Ardono tutte entro al geloso vel,
log
Qual mattin, cui la nebbia asconder sembra Pria che al vento ci la sperda, e inondi il ciel.
Dove ti mostri tu, l’aria si accende,
Tutt' intorno un divin nimbo ti splende.
Belle son altre; il nitido fulgore, Di cui ti artolgi, ti nasconde a me; Pur sì dolce è la tua voce, che il core Dice: nessuna è bella al par di te. Non ti scorge nessun, tutto ti sente, Com’io che in te mi ‘perdo eternamente.
O face della Terra, ove tu muova, Si veston l’ombre sue del tuo splendor ; Chi dell’amore, onde tutt’ardi, ha prova, Spazia per l’aure in luminoso ardor, Fin che al pari di me langue smarrito, Solo, dolente, ma non mai pentito.
Asia
È un magico battel l’anima mia, Che qual cigno dormente, Cullasi dolcemente
Su l’onda argentea della tua canzone. L’anjma tua, com’angelo, Siede intenta al. timone, E la governa all’aure,
Che suonano d’eterea melodia;
Voga il battello ognor, voga sul lento Fiume, tra boschi ed erti Monti ed abissi aperti, In una solitudine divina ; Fin che in un sonno magico Giù per l’ondosa china Io son tratta all’ oceano Che cupo ondeggia e mormoreggia al vento.
Erge intanto le penne il tuo sovrano Spirito ai regni cheti Dell’ armonia, che lieti Suonan dell’aure a cui tu fidi il volo. Astro non è che illumini Il sentier nostro; e solo Attratti dal melodico
Fascino veleggiam lontan lontano.
Così d' Eliso all’ odorata riva, A un'isoletta ignota. Bellissimo pilota, Tu guidi il navicel del mio desio: Là dove Amore è l’aria Che si respira, il Dio, Che 1’ onde empiendo e l’aure, La terra e il cielo in un concento avviva.
M. Rapisarpi- Prometen Liberato, 7
—,98 —
Della Vecchiezza i freddi antri, il mar bieco Ma Dell’età più gagliarda, La lieve onda bugiarda Di Giovinezza abbiamo insiem varcato ; Or dell’ Infanzia i vitrei Golfi, a un dì più beato, Alle fantasme fulgide Fra la Morte e il Natal, trasvolo io teco.
Di curvi pergolati ecco un lucente aradiso ed ameni Floridi andirivieni Fra una beata solitudin verde; Ecco abbaglianti immagini, In cui l’alma si perde, E qualcosa a te simile Che sul mar canta armoniosamente.
ATTO TERZO
SCENA I
In cielo. Giove sul trono, Teti e gli altri numi in concilio,
Giove é
Congregate potenze, abitatori
Del ciel, che della gloria e della possa Di Chi servite foste sempre a parte, Rallegratevi or tutti: onnipossente Quind’ innanzi son io! Tutto al mio giogo Piegai; solo l’ umana anima ancora, Qual face inestinguibile, fiammeggia Contr' esso il cielo impetuosa, e bieche Rampogne e dubbj e mal estorte preci Querula insieme e riottosa avventa,
Sì che inforsar di questo impero antico La sicurtà potrebbe, ancor che salde Sulla fede vetusta e la coeva
Dell’ Inferno paura abbia le basi.
Ben gli anatemi miei, qual neve in brulle Rocce, per la pendente aria fioccando, Si raddensano sopra a la ribelle;
Ma sotto l’ ira mia, ben che gemente, S’arrampica l’audace a passo a passo Su per le balze della vita, a cui, Quale su ghiaccio inermi piedi, lascia L’orme del sangue suo. Presso all’ estrema Ruina è omai, nè già si arresta: invitta Poggia su le miserie, e dei suoi danni Fatto gradino, alla vittoria aspira.
Uno strano prodigio indi ho prodotto, Un fatal figlio ho generato, al cui Passo la terra tremerà, non prima Scocchi la destinata ora. Dal vacuo Trono di Demogorgo ei, la tremenda Forza d’ un immortal corpo assumendo, Proromperà sopra la terra, e spenta Sarà sotto al suo piè l’empia favilla. Su, Ganimede Ideo, versa il licore Celeste; colma le dedalee tazze
Di quel liquido foco; e voi tra” fiori, Ond'è questo divin suolo coperto, Soggiogatrici melodie, sorgete,
Quali a’ crepuscolari astri la brina. Bevete, o sempre giovani! Le vostre Vene il nèttare inondi, e vi risvegli L'anima dal piacer, fin che la gioia
see IO] "te
_msceiemmeziionezzzeaziliciiicaicaiiesziinaniometzaieatzoeezeniomaseenibianeniveinzemis tanti ertetzeesecczznze
In un grido selvatico prorompa
Come allegro fragor d' elisj venti.
E tu qui sorgi al fianco mio, velata
Dallo splendor del desiderio arcano,
Che a me ti unisce e ti confonde, o Teti, O dell’eternità fulgida immago.
Quando gridavi: « Mi risparmia, o Dio;
L’ irresistibil tua possanza, l’acre
Fiamma, di cui tutt ardi, il penetrante Tuo viso, o Nume, io sostener non posso ; Tutto agli sguardi tuoi, come colui
Che dell’aspe numida al velen tetro
Si sciolse in brina, il corpo mio si strugge: > Due spiriti gagliardi allor commisti
Ne produssero un terzo assai più forte, Che incorporeo tra noi finora ondeggia, Sentito sì, ma non veduto; e l’ora Impaziente d’ incarnarsi aspetta.
E l'ora ecco si appressa; ecco dal fosco Demogorgòneo trono ella in su viene, Udite; al tuon delle fiammanti ruote Squarciansi i venti. Vittoria ! Vittoria ! Non odi, o mondo, al fragor del suo carro Tuonare intorno e traballar l'Olimpo ?
(Giunge il carro dell’Ora, Demogorgone discende e va al trono di Giove).
Tremendo aspetto, e chi sei tu? Favella.
= 103. —
rear
Demogorgone
L’ Eternità ! Più spaventoso nome
Non dimandar. Scendi, e mi segui al fondo Del tenebroso baratro. Son io
La prole tua, ben più di te gagliarda, Come tu di Saturno; or quindi il nostro Regno eterno saran l’ ombre e gli abissi. Tiì provi indarno a fulminar: nessuno In te fermar la tirannia del cielo, Nessun ritorla e rinnovarla ha possa ; Pur. s'è destin che il calpestato verme Si contorca al morir, le tue supreme Forze raccogli, e contro me le adopra!
Giove
Detestabile mostro, io fra le cupe Titaniche prigioni ecco ti caccio...... Resisti ?..... Oh grazia, grazia ! Ahimè, nessuna Pietà, non tregua, non respir ! Se il mio Nemico or fosse a giudicarmi eletto,
Sul Caucaso pur fosse, ove la mia
Lunga vendetta il figge, a meno atroce Pena mi dannerebbe, Oh, non è dunque Giusto, benigno, invitto il re del mondo ? E tu infine chi seiè..... Difesa alcuna, Appello alcuno ahi non m'è dato! Meco Dunque sprofonda e tu nel vacuo mare
Dell’ Esizio, anche tu, come un serpente A un avvoltoio in ferree spire attorto Piomba consunto nell’ oceano immenso ! Apra l’ Inferno i tempestosi mari
Di foco, e assorba negl'immani gorghi Il desolato mondo e noi con esso
E le rovine e le macerie, ond’ hanno Pugnato indarno il vincitore e il vinto ! Ahi, ahi, sordi alla mia voce son fatti Gli elementi ! Io precipito, io sprofondo Vertiginosamente, ognora, ognora. ... Sopra di me, qual procellosa nube, Vittorioso il mostro avverso incombe, Ed ahi la mia caduta orrido oscura !
SCENA II
La foce d'un gran flume nell’Atlantide. Oceano, fuor del- I acque, s' appoggia al lido; Apollo gli sta daccanto.
Oceano
Fi cadde, hai detto, a un torbido cipiglio Del vincitore ?
Apollo Ei cadde. Allor che fine. Ebbe la pugna, onde oscurossi un tratto L’orbe ch’ io reggo, e vacillàr le stelle, L’atterrito suo sguardo, il denso lembo
_. 104 —
Sereni teianrrriimeni asti IE
Della vincente oscurità forando,
D' una luce sanguigna il ciel diffuse: Tale, al morir del dì, strappa le tetre Nuvole e accende d'un baglior vermiglio Dell’aria i campi rabbuffati il Sole.
Oceano - Nell’abisso ei piombò ? Nel tenebroso Vuoto ?
A pollo
Così da un turbine improvviso Sul Caucaso un’ altera aquila attorta Si dibatte stridendo: avviluppate Dalla tempesta vorticosa allentansi L’ ale che già sfidar l’ire dei fulmini ; Dal bianco balenio ciechi si chiudono Gli occhi che immoti s° affisàr nel sole ; Batte sulla pugnace irta la grandine; Alle penne arrizzate il ghiaccio incrostasi ; E prona essa alla fonda aria precipita.
Oceano
Or di sangue non più spumeggeranno L’onde del regno mio, che il ciel ripete; Limpide leveran sotto ai correnti
Euri le creste, e sembreran pianure
Di grano dall’ estiva aura commosse.
— 105 —
Di popolosi continenti ai lidi,
Intorno a fortunate isole i mici
Fonti si verseran, mentre l'azzurro Proteo e le molli sue ninfe dai troni Cristallini passar l’ombra vedranno
De’ bei vascelli, come dalla terra
I mortali cullar miran la barca
Della luna, che, carica di luce
E guidata dal bianco astro, cimiero D'invisibil pilota, al rifluente
Rapido mare occidental veleggia. Solcheran l’onde i bei vascelli, e in mezzo Al sangue, ai [utti, alla miseria, a strida Di tiranni e di schiavi il lor sentiero Non segneran, ma tra riflessi vaghi
Di fiori ed onde di profumi è molli Musiche e dolci, libere, gentili
Voci, quali agli Spiriti son care.
Apollo
Ed io non più mi affiserò su colpe, Che offuschin di dolor l’animo mio, Com°ecclissi la sfera a cui son duce, Ma zitto; tintinnare odo il liuto
Lieve, chiaro, argentin del giovinetto Genio, che all’astro del mattin presiede.
.— 106 —
Oceano
Andar tu dèi; riposeranno a sera I tuoi corsieri; or dunque addio: me chiama Fragoroso l’abisso, a ciò che il pasca Della cerula calma, onde ognor piene Son l’urne di smeraldo appo al mio trono. Ve’, tra 1 mar glauco le Nereidi: ondeggiano Come da una seconda aura portate, Le lor candide membra a la corrente; Su le chiome fluenti alzan le bianche Braccia, e di varj serti e di ghirlande Stelleggiate di petali marini, Leste sen vanno ad abbellir la gioia Della possente lor sorella.
(S’ode il fragore dei flutti)
Il mare
Affamato di calma avido freme. Silenzio, o mostro, ecco men vengo.
?
A pollo Addio.
SCENA III.
Sul Caucaso. Prometeo, Ercole, Jone, |a Terra, Spiriti. Asia e Pantoa sul carro dello Spirito delle Ore,
Ercole scatena Prometeo, che discende.
Ercole
O sopra tutti glorioso capo,
All'amore, al coraggio, alla costanza, Alla saggezza, onde tu sei la forma, Come schiavo a signor, la Forza è serva.
Prometeo
Il tuo detto cortese al cor m'è grato Più della libertà, che lungamente Desiderai, che troppo a lungo attesi. O tu, luce di vita, inclita forma
Di beltà senza pari, Asia diletta,
E voi, leggiadre Oceanidi, ond’ io,
Se ripenso alle vostre intime cure, Con dolcezza ricordo i lunghi affanni, Or non più, non più mai sarem divisi ! Una caverna io so tutta di folte Rampicanti odorose intorno cinta: Frondosi rami e dolci fiori intesti
Le fan cortina alla diurna luce, Tapezzandone i tiepidi recessi
e rali
Di venati smeraldi; una fontana Canta vigile in mezzo; irrigidite Pendono dalla sua volta le lacrime Della montagna sovrapposta, in guisa Di nivee, argentee, adamantine punte, Da cui piove una dubbia, intima luce. Quivi l'aria, che ognora alita, errando Tra ramo e ramo placida susurra ; Ronzan l’api, garriscono gli augelli; Di sedili muschiosi adorne in giro Son le pareti, onde il rigor natio È di soffici e lunghe erbe vestito. | Questa dimora semplice e tranquilla Sarà quindi la nostra. Ivi seduti, | I mutamenti delle cose e il tempo || Discorreremo, e intorno a noi fra tanto, Noi senza tempo e senza mutamento, Fluir vedremo e rifluire il mondo. Ma sottrar l’uomo ai mutamenti e quale | Forza potrà ? Sospirerete voi, Ed io sorriderò. Qualche frammento Tu, Jone, canterai della marina Musica infin ch'io pianga e il vostro riso Dissipi il pianto. che la tua canzone Sparger mi fece e ch'è a versar soave, Mesceremo i boccioli, i fiori, i raggi Che scintillan su gli orli a la fontana, E di cose vulgari orditi strani
— 109 —
Faremo, come sogliono i fanciulli
Nella loro innocenza, ahi, breve tanto! Con parole d'amor, con dolci sguardi Intenti spieremo entro ai recessi
Delle nostre inesauste anime, quale
Più leggiadro pensiero in noi fiorisca;
E siccome arpe dall’ industre volo D’innamorati zeffiri tentate,
Intesseremo un'armonia divina
Di delicate dissonanze, ognora
Tra lor diverse, ma non mai discordi.
Ivi su l'incantate aure, correnti
Da ogni parte del cielo ad incontrarsi, Come pecchie che, d° Enna al ciel vicina Pasciuti i fiori, accolgonsi per noto Sentiero alle solinghe arnie d' Imera,
Gli echi del mondo umano a noi verranno, E in suon d'amor sommesso e appena udito Ne ridiranno i murmuri dolenti
Della Pietà che di colomba ha gli occhi, E i concenti che dritto escon dal core
E l’ armonie di quantò giova o tempra
L’ esistenza dell’ uom libero alfine. Immagini leggiadre anche verranno
A visitarci, nebulose, vaghe
Da pria, poi Sempre più chiare e raggianti Quanto più dai divini abbracciamenti Della Bellezza, in cui vivon le forme,
Onde son quelle i simulacri, uscendo Luminoso lo Spirito, sovr? esse Gli accolti rai della beltà diffonda E dia palpito e vita ai suoi fantasmi, E la Pittura e la Scultura e l’Arti, Non sorte al dì nè immaginate ancora E che pure saranno, e la rapita Poesia manderan l’imperitura Progenie loro a consolarci. Quante Ha l’umano pensier, che sempre avanza, Voci stupende, immagini sublimi (In fra’ mortali e noi con mutuo volo Dell’ eccelso d'amor culto ministre) Suoni alati, sottili ombre, che quanto L’uom divenga più saggio e più gentile, E si squarcino i veli ad uno ad uno, E l’errore e il dolor gli animi sgombri, Più si fan delicate e più leggiadre, Tanti in quell’antro e a quelle piagge intorno Liberali di gioia ospiti avremo. (Volgendosi allo Spirito delle Ore.) Una fatica a te rimane, o vago Spirito. Jone, a lui quella ricurva Conchiglia porgi, che un mirabil suono Manda ad un soffio: nuzial presente Di Proteo ad Asia, e che tu già fra l'erbe Celasti là sotto la vacua rupe.
EI 8
Jone
O la più desiata e la più cara Dell’altre tue sorelle, amabil’ Ora, Ecco, è questa la mistica conchiglia. Ve’ come in tenui listerelle sfuma Tra vivo argento e pallidetto azzurro, E d'un ardente e pur tenero lume Tutti soffonde i suoi dedalei giri! Non odi come in essa una dormente Misteriosa musica si culla ?
Lo Spirito
Delle conchiglie dell'Oceano in vero La più bella mi sembra; armoniose, Ammirabili voci emetter deve.
Prometeo
Or va’, ti reca alle città dell’ uomo, Dai turbinosi alipedi rapito, Anco una volta il Sol vincendo al corso Per le sfere del cielo; e come il tuo Carro lo scintillante etere fenda, Spira dentro alla buccina ritorta, E la possente musica n° esprimi, Che tuonerà chiaro echeggiando intorno. Indi qui riedi, e avrai con noi soggiorno Nella nostra spelonca,
O madre Terra !
Ra ge
La Terra
Io ti ascolto, io ti sento : i labbri tuoi Sono su me; per le marmoree vene
Il tuo contatto mi s' insinua e scote
Il mio cor tenebroso e adamantino.
È vita, è gioia, è giovinezza eterna Questa che per le antiche e gelide ossa Divinamente serpeggiare io sento.
Da indi in qua saran tra le mie braccia Ben nutriti i miei figli: un dolce umore Gli alberi, l’erbe, le striscianti razze
E le fere e gli augelli e gli squammosi Pesci e gl’ insetti iridescenti e tutte
Le umane stirpi attingeran da questo Già smunto seno, a cui bevver finora Velen di patimenti. In me concordi Conviveran gli esseri tutti, come Gazzelle nate da una madre istessa, Bianche qual neve, celeri qual vento, E nutrite di gigli appo un bel rivo, Come soave balsamo le nebbie Rugiadose dei miei sonni notturni Ondeggeran sotto le stelle. I fiori,
Che piegansi alla notte, aeree tinte Ne’ lor riposi aspireranno, e tutti Attingeranno da felici sogni
Sincera voluttà, forze novelle
Pe °l novello mattino uomini e bruti.
— 1153 —
E la morte sarà l’ ultimo amplesso
Di chi la vita che ti dié riprende;
Bacio di madre, che abbracciando il caro Nato, non più mi lascerai, susurra.
Asia
Ah, perchè il nome profferir di morte ? Di favellar, di respirar, d'amare Cessa per sempre, o madre mia, chi muore?
La Terra
Vana sarebbe ogni risposta: esente
Tu sei di morte, e questa lingua nota Ai morti è sol che a noi parlar non ponno, La Morte è un vel, cui dicon vita i vivi; Essi dormono, e il velo ecco si leva. Benigne intanto nella lor vicenda Mutano le stagioni, e le iridate Burrasche e le odorose aure e le azzurre Meteore, ond’ è purificato il cielo
E solcata la notte, e le vitali
Quadrella, che dall’arco igneo saetta Tutto avvivando e penetrando il sole,
E i rugiadosi rai, che la quieta
Luna con mite influsso argentea piove, Di sempre vive foglie e frutta e fiori Veston campi e foreste e rupi e abissi. Un antro v'è, dove angoscioso il mio
M. Rapisanpi - Prometeo Liberato
— 114 —
Spirito ansava, allor che la tua pena Insensato rendea quasi il mio core. Chi quell’ aere spirò, stolto divenne: Eresse un tempio, e con ambigue ‘voci E oracoli venali, a romper fede, Come Giove a te fece, e a muover guerra - Tra lor le ignare nazioni indusse,
Ma qual tra dense ortiche aura soave
Di violetta, ora il mio spirto emana
Una luce più viva e più tranquilla,
E d’una porporina aria riveste
Benignamente le foreste e i monti.
Esso i celeri tralci e i racemosi
Pampini cresce e l'edera tenace,
Che folta e fosca i boschi allaccia e intrica;
Esso i novi boccioli e |’ urne aperte
Dei fiori, che una languida fragranza
Esalando, punteggiano di occhiute
Gemme e di stelle colorate il vento,
€he di pioggia benefica li irriga;
Esso educa le frutta auree, che quali
Globi lucenti a un ciel verde sospesi,
Ridono all’aure; ei su gli ambrati steli,
Tra le foglie venate i porporini
E diafani calici alimenta
Sempre spumanti di nettarea brina,
Licor grato agli-Spiriti; per ogni
l.oco ci s'aggira, come palpitante
— 115 —
Ala di sogni placidi ‘al merigge, Infondendo nell’ anima una calma Di felici pensier, simile a questa Ch’ entro me provo, or che tu sei redento. Quest'antro è tuo,
Sorgi, apparisci !
(sorge uno Spirito ‘n forma di alato fanciullo).
Il mio Lampadifero è questo; egli l'antica Face abbandona, e un’altra ora ne accende Negli occhi dell’amor: chè amore è foco, Dolce figliuola mia, pari a codesto Ch'arde negli occhi tuoi. Corri, o bizzarro Spirito, e a questa compagnia sii guida Oltre a° gioghi di Nisa, ardua montagna Di Menadi frequente, a Bacco sacra, Là dopo l’ Indo e i tributarj fiumi. Le rapide correnti, i freddi laghi Senza indugio, indefesso, a piante asciutte Varca, e la valle attraversando, il verde Burrone attingi e la vitrea laguna Che senza vento immobile specchieggia. Quivi dalle fedeli onde riflessa È P immagin d'un tempio, edificato Sopra la riva, d' epistilj e d'archi Splendido e di rilievi e di colonne Da’ capitelli simiglianti a palme.
— 116 —
Un popolo di vivi simulacri,
Di Prassitele degni, ivi si affolta,
E di perpetuo amore empie l’ intenta
Aria dintorno col marmoreo riso.
Deserto or siede, ma il tuo nome un giorno, O Prometeo, portò. Quivi la face,
Simbolo tuo, recàr via per la sacra Tenebra i giovinetti emuli, come
Altri porta con sè lungo la tetra
Notte dei giorni suoi la non trasmessa Face della speranza entro alla tomba,
E come tu trionfalmente a questo
Lontan segno del Tempo alfin la rechi.
Or vanne, addio: presso quel tempio antico È la caverna che il destin t'assegna.
SCENA IV.
Una foresta con in fondo una caverna. Prometeo, Asia, Jone, Pantea e Lo Spirito della Terra.
' Jone
Non è cosa terrena, o mia sorella:
Ve), ve? com'ei sotto alle frondi guizza!
Gli arde alla fronte uno splendore, un verde Astro che i raggi di smeraldo intreceia
Co’ suoi leggiadri riccioli; su 1° erba Fiocchi di luce ad ogni moto piove.
Sai tu chi sia?
Pantea
Lo spirito gentile
Egli è, che via pe ’l ciel guida la Terra, Mirano dalla lunga i popolosi
Gruppi di stelle il suo fulgore, e nome Di pianeta più amabile gli danno.
Ei naviga così lungo le salse
Spume del mare, or d'una fosca nube
Si fa carro, or pe’ campi e le cittadi, Mentre gli uomini dormono, passeggia ; O sui greppi de’ monti, o sopra i fiumi O per le verdi, solitarie piaggie
Vaga, e com'or, tutto che vede, ammira. Pria che Giove regnasse, amore il prese Della nostra sorella Asia; ogn’ istante D'ozio coglieva, e dentro alle pupille
Di lei beeva il liquido splendore,
Di cui, dicea, tanto assetato egli era Quanto il guerrier che fu dall’ aspe morso. Con fanciullesca confidenza a lei Narrava quel ch’avea saputo e visto:
E molte cose avea vedute, e molto |» Parlar sovr’ esse e ragionar godea.
E poi che il germe, ond’egli nacque, ignoto Era ad esso ed a me, sempre col nome Di mamma, cara mamma Asia chiamava.
— #18 *
Lo Spirito della Terra (correndo ad Asia)
Dunque, mia cara mamma, or con te posso Finalmente parlar, come solea ? Nasconder fra le tue morbide braccia
Gli occhi mici stanchi dalla gioia intensa Di contemplarti ? Trastullarmi accanto
A te nell’ore dei meriggj lenti,
Quando per l’aria radiosa tutte
Tacciono l’ opre ?
Asia
Senza invidia alfine M'è dato, amabil creatura, amarti. Parla, su, prego: il favellar tuo schietto Consolavami un tempo, ora m’ allieta.
Lo Spirito della Terra
Ah, cara mamma, io son più savio, sai; Ben che a petto di te savio non possa Dirsi un fanciullo; in ogni modo io sono Oggi più savio e più felice ancora.
Tu sai, che i rospi, i serpi, i vermi sozzi, Le bestie furbe e velenose e i rami Selvatici che dan frutta maligne,
Furon sempre d’ intoppo a’ passi mici Pe’ verdi campi solitarj, come
Per le folte città noia parecchia
— 119 —
Mi dieder quei superbi e burbanzosi Figuri dal profil ligneo, dall’ occhio Torvo, dal portamento intirizzito, O dal sogghigno perfido o dal riso Beato della stupida ignoranza,
iù Tutte, a dir breve, quelle turpi maschere, Onde cela i suoi torbidi pensieri di Quell’ animal grazioso e benigno,
Uom chiamato da noi spirti immortali. Delle donne non parlo: in tra le cose Pessime la più laida e la più brutta, Quando son false, p:rfide e scontrose;
Belle e splendide solo, anche nel mondo Ove bella sei tu, quando a te pari
Sono benigne, libere e sincere:
Io le abborria così, che non veduto Sguisciavo a lor, s° anco dormiano, accanto. Or bene, a una città vasta, di verdi
Colli precinta, or non è guari andai: Sonnecchiava una guardia in sulla porta; Piovea la luna il suo placido lume,
Quando un suono s’ udì, che tutte in giro Scosse le torri, un suono alto e d’ogni altra Voce, fuor che la tua, molto più dolce,
Un suon continuo che si protraca
Si protraca. Balzarono dal sonno
Gli uomini, s’affollaron per le vie; Affisavano attoniti le stelle;
— 120 —
E il suon continuo protraeasi ancora.
A una publica piazza, entro una fonte
Io mi celai, qual sotto a verdi fronde
Il tremulo riflesso della luna.
Ed ecco a un punto quei deformi aspetti, Quei ceffi umani ch’ebbi sempre a noia, Com’ or dicea, passar, discolorarsi, Dileguarsi alle chete aure; e benigni Volti e sembianze amabili apparire,
Poi che le turpi larve eran cadute;
Sì che affissando i tramutati aspetti,
Si ammiravan l'un l’afro; e dopo un breve Stupore e alterni allegramenti, lieti Tornaron tutti agl’ interotti sonni.
Venne l'aurora, e immaginar potresti Come mai rospi, salamandre e serpi Apparisser leggiadri? Eppur, me ’l credi, Leggiadri essi apparìr, sol che d° un poco Fu mutato il lor viso e il lor colore. Tutte a un’ora deposta avean le cose Lor maligna natura. Io non potrei
La mia gioia ridir, quando in un ramo Cadente, ad una lenta àtropa intesto, Sopra lo specchio limpido d’ un lago, Scorsi una coppia di cerulei alcioni Serrar fra l’unghie e piluccar solleciti Coi lunghi becchi un rilucente grappolo D'ambrate bacche; e giù nell’ onda intanto,
“—— Sai —
Come in un ciel, ripetersi riverse
Quelle due forme graziose. Pieno
Di sì felici mutamenti il mio
Pensier gioiva, quando in voi mi avvenni, E il più felice mutamento appresi,
Asia
Nè più ci partirem, fin che la tua
Casta sorella, ond’ è la titubante
Fredda luna condotta, il tuo più caldo
E più fido splendor tanto contempli,
Che si strugga il suo cor. simile ai fiocchi Della neve d’° Aprile, e s' innamori
Di te.
Lo Spirito della Terra Come Asia di Prometeo?
Asia Zitto,
Pazzarel; tu non sei vecchio abbastanza. Credi tu, che mirando le pupille L’uno dell'altra, vi sarà concesso Moltiplicar voi stessi amabilmente, E popolar di sferiche fiammelle Gli spazj interlunari ?
= 1432 —*
Lo Spirito della Terra
E perchè no? Mammina cara. Mentre mia sorella
Î La sua lampa racconcia, io non saprei Sì di leggieri rassegnarmi al buio.
Asia Taci, guarda.
= (entra lo Spirito dell’ Ora,)
Prometeo
Quanto hai visto e sentito Sconosciuto non c'è; pure favella.
Lo Spirito dell’ Ora
| Cessato il suono, che del ciel gli abissi E i terrestri antri rimbombando invase, Un improvviso cangiamento avvenne.
L' impalpabil, sottile aria, la luce
Del Sol che tutto abbraccia ecco mutarsi, Qual se in esse trasfuso, il sentimento D'amor le alimentasse al mondo intorno, La visione mia chiara divenne,
E incarnare potei la mia pupilla
Nei misteri dell’ essere. Mentr' io
Come in una gradevole vertigine, Ventilando le amene aure con piume
— 123 —
Languide, per l’ ondosa aria nuotava,
I corridori miei volgeano al Sole,
Alla lor patria luminosa, il corso,
Ove, da questo di, lieti pascendo
Fiori di foco, in libertà vivranno.
Come luna falcata ivi il mio carro,
In ricordanza del recato avviso,
Entro un tempio starà, che sovra a svi E sei colonne risplendenti eretto
Al sereno del cielo ampio si schiude; Custodito sarà sotto una vaga
Cupola adorna di marmorei fiori;
E il simulacro tuo, d° Asia, di Gea,
Il mio pur esso e il vostro, inclite ninfe, Tutti intesi all'amor che ci consola,
Nel marmo espressi da fidiaca mano, Sorgeranno dintorno a contemplarlo : Legati al carro anfesibenio i miei Effigiati alipedi l’insigne
Corsa rammenteranno, ond’ora han posa. Ma dove mai la lingua mia trascorre Dietro cose a me care, e quelle oblia Che voi narrar più volentieri udreste ? Dunque, alla terra io sornuotava in quella Tranquillità beata, a cui supplizio
Solo è il moto, il respir; l'essere, Errando, Pei ritrovi frequenti e le dimore
Degli uomini arrivai; ma così vivo
— 1324 —
Non vedendo al di fuori il mutamento
Come l’avea sentito intimamente,
Restai deluso, ma per poco. I troni
Erano senza re; fraternamente,
Quasi spiriti, andavano i mortali
In una dolce egualità: non servi
Più nè tiranni, oppressi ed oppressori
Non più. Qual dell’ Inferno in su la porta:
« Lasciate ogni speranza, o voi ch’ entrate, » goismo, viltà, odio, disprezzo
Non eran più sovra le fronti incisi.
Non torvi sguardi, non tremor; nessuno
Con paura sollecita il comando
Spiava nell’altrui fredda pupilla ;
Nessun di schiavo altrui, mutando in peggio,
Schiavo faceasi al suo voler, che quale
Sgroppata rozza lo spronava a morte.
Non più le labbra ordivano parole
Ch’ erano reti al ver; non più sorrisi
Che servisser di velo alla menzogna,
Che pronunziare non ardia la lingua;
Non uom vivea, che con ghigno impudente
Calpestasse in cor suo della speranza
E dell'amore le faville a segno,
Che solo amara cenere restasse
D’ un’ anima che tutta arse sè stessa:
Tal che, larva d’un uomo, anzi vampiro,
Ei miserabilmente in tra le umane
Genti strisciasse, e della sua tristezza
er RI
— 125 —
Tutto ammorbasse in guisa orrida il mondo. Nessun parlava più quella volgare, Gelida, vuota, perfida favella
Che biascia sì, mentre no dice il core, Ed una innata ipocrisia dimande Subdole move e con arte nefanda
Di sè medesma diffidar s’ infinge. Franche, belle, cortesi eran le donne, Pari a libero ciel che l’ampia terra
Di freschi raggi e d’ alme brine allieta : Vaghe, gentili, radiose forme Immacolate d’ogni reo costume,
Con tale un senno discorrean, che prima Immaginato non avrian le menti;
Di tali affetti custodiano il foco,
Onde prima fuggian timide e schive; Quel che pensato non avrian pur dianzi Essere ardiano e palesarsi adesso.
Indi simile al cielo era la terra. Orgoglio, invidia, gelosia, fallace
Pudor, goccia amarissima di quante
Ne stillò mai l’ accumulato fiele,
Non mescevano più d’atro veleno
Il dolce gusto del nepente amore. Troni, prigioni, tribunali, altari,
Ond’ ebber già le derelitte genti
E catene e tiare e scettri e spade
E digeste e glossate in rei volumi
— 126 —
Ragionate ingiustizie e stolti errori, Or sembiante m° avean di quelle rozze Mostruose figure, (ombre d’ un tempo E d’una gloria, onde il ricordo è morto) Che dai loro obelischi erti sfasciarsi Miran con trionfanti occhi i palagi E i sepolcri de’ lor trionfatori : Già d'orgoglio di preti e di tiranni Testimoni superbi, immani segni
#" D' una religion torbida e forte E d’un poter come la terra immenso, Or d’innocente meraviglia obietti. In tal guisa le macchine e gli emblemi Dell’ ultimo poter che oppresse il mondo Per le terre frequenti, in fra le chete Dimore dei mortali io giacer vidi Distrutti no, ma riguardati appena. Torvi, deserti, in polvere cadenti Giacevano del par sopra a deserti Delubri gl’ insensati idoli orrendi, Formidabili all’uomo e al cielo in ira, Che in varj nomi e sotto strane forme Selvatiche, spettrali, atre, esacrande Del tiranno del ciel finser 1° aspetto, E a cui le genti impaurite osceno Pasto offriron di sangue; e cuori infranti E speranze ed amori, ostie infelici, Sagrificaron sui polluti altari
— 127 — Orbi di fiori, in tra ’l silenzio e il pianto Dell’ umana viltà, che le tremate Cose accarezza ed odiando trema. Squarciato il vel cui dicean vita i vivi, E in cui dipinte a caso eran le folli Speranze umane e i creduli timori; Caduta dall’ uman volto la sozza Larva, l’uom vero finalmente io vidi, Non servo, non signor, ma onninamente Libero. incircoscritto ed a sè pari; Non più caste, tribù, genti, linguaggi, Ma un'immensa famiglia, un popol solo Disdegnoso di pompe e di terrori, Giusto, savid, gentil, re di sè stesso; Non già di passion vedovo il petto, Ma libero di colpe e di dolori; Alla fortuna ed al morir soggetto, Ma tal ch'a’ casi ed alla morte imperi, E che, libero d’essi, oltre alla stella Più sublime del cielo, al trono eccelso Dell’ alta immensità sorger potrebbe.
+ssa
ATTO QUARTO
@Nella foresta, presso la caverna di Prometeo, Jone è Pantea dormono; ma durante il primo canto a poco a poco si destano.
Voce di Spiriti invisibili
Le stelle ecco tramontano: Il sole, agil pastore, Le affretta a’ paschi roridi, Tutto ecclissando col divin fulgore; Come daini dal pardo, Fuggon da’ raggi suoi; Dileguan dallo sguardo: Ma dove siete voi? (Una fila di oscuri Fantasimi e d°' Ombre passano confusamente, cantando). Qui siamo, oh qui: Portiamo il feretro Del genitor dei cancellati dì. Noi siam le immagini
‘ile nni cn ent
— 129 —
Delle morte Ore, e con travaglio alterno Rechiamo il Tempo al suo sepolcro eterno.
Oh, chiome e pianti, Non tassi e roride
Stille spargiam, bagniam piangendo i manti. Di qualche languido
Fiore, nei campi della Morte apparso,
Del re dell’ Ore il feretro sia sparso. Fuggiam repente, Come ombre trepide
Dall’ ampio azzurro, innanzi al di sorgente; A spume simili
Da soave morente aura cullate,
Vaniam da più belle Ore incalzate.
Jone Quali fosche figure! o Pantea L’Ore son queste fievoli ed oscure, Che recano la trista Preda raccolta faticosamente In quella rea conquista Cui respiger poteva Un solamente. Jone
Passate son ? M. Rapisarp1- Prometeo Liberato,
Pantea
Passate : L’aura così non vola, Non così la parola Nostra, com) esse,
Jone
E dove son volate?
Pantea
Dove tutte le cose urge la sorte: Al passato, all’immensa ombra, alla morte,
Voce di Spiriti invisibili
Le nubi in ciel biancheggiano, Splende su’ fior® la brina, L’onde sul mar s' ammontano, E il turbo del piacer via le rapina, E della gioia il panico le incalza : Commossa in voci liete Sorge ciascuna e balza: Ma voi, voi dove siete ?
Vecchie canzoni cantano
Gli abeti in nuovi modi;
Quali armonie d’ un Genio Della terra e del mar, fresche melodi
— 131 —
Zampillan su da’ flutti e dalle fonti ; Il turbine con liete Voci beffeggia i monti; Ma voi, voi dove siete ? Jone Quali aurighi son questi ? Pantea Ove i lor carri? 1° Semicoro delle Ore Della Terra e dell’ Aria il novo grido Dei sogni il velo istoriato ha scisso, Il vel che l’esser nostro e il nostro nido Copria laggiù... Una voce Laggiù ? 2° Semicoro Sì, nell’ abisso,
1° Semicoro
Cento età fummo incatenate, e in lenti Sogni d’ odio strisciammo e di dolore:
Chi vegliò quando l'altre eran dormenti, Il Ver trovò...
Dei sogni suoi peggiore.
1° Semicoro
Tra °l sonno l’arpa della Speme udimmo, Riconoscemmo in sogno il suon d'Amore, La fatal verga del Poter sentimmo, E balzammo.....
2° Semicoro Quai flutti al primo albore. Coro
Danziam sull’aure, penetriam col canto
Lo splendore che il Ciel tacito effonde; Freniam, l’ alato dî col nostro incanto
PresSo l’ antro ove 1’ Ombra atra si asconde.
Cagne affamate eran già l' Ore, e il giorno, Qual trepido cerbiatto insanguinato,
Zoppicando e inciampando iva d° intorno Ai burroni dell’anno abbandonato.
Ora al mistico suono ordiam la danza, Luminose figure all’uom gradite;
E come nubi e rai, Gioia e Possanza Unite siano alle vaghe Ore.....
— 133 —
ilsviziaiilbiimzieinicee emesse pe vprirztcioaiizict
scccceszezesazeoeon
Una voce Unite.
Pantea
Mira : in soavi melodie ravvolti, Quasi in lucidi veli, i genij alati Dell’ umano Pensier si fan da presso,
Coro di Spiriti
Mesciam de’ balli il turbine Ai dolci canti che la Gioia inalza, Come volante pesce Da’ gorghi indici balza, Ed agli augelli equorei Non ancora ben desti agil si mesce.
Coro delle Ore
Onde venite sì veloci e fieri ? A che di lampi è il vostro piè calzato, E ratto avete il vol come i pensieri, Splendido il guardo qual Amor svelato ?
Coro di Spiriti
Su dallo spirito Dell’ uom veniamo, Che cieco e gramo Giacea pur dianzi in tenebroso velo,
— 134 —
Ed ora è fervido Mare che brilla, Nitido cielo, Che in suo moto solenne arde e sfavilla;
Da quel mirabile Regno secreto,
Che inalza lieto Aurei palagi e torri di cristallo, Da cui gli splendidi Re del Pensiere Vegliano al ballo Che voi tessete qui vaghe e leggiere;
Dalle recondite Ombre, ove ansanti Tesson gli amanti Carezze e baci, e afferran voi pe ’l crine; Dalle azzurre isole, Ove, in soavi Canti e divine Arti, indugia Sofia le vostre navi;
Dagli ardui tempj De? Sensi, dove L’inclite prove Scultura e Poesia van maturando ; Da’ mormorevoli Fonti immortali,
—_——_rrr———————9@tgy@
— 135 —
Entro al cui blando Licor tempra il Saper le ingegnose ali.
Di sangue e lacrime, D’odj e d° affanni Dopo anni e anni Guadammo alfine un denso inferno a stento: Oh, come l’ isole Son brevi e rare, Dove il fior lento Della Felicità sorge e scompare!
Di calma or fasciansi Le nostre piante; Una fragrante
Rugiada dalle nostre ale distilla: Sotto a’ nostri avidi Occhi Amor siede, E con tranquilla
Arte rifà quanto nel Ciel mai vede.
Coro di Spiriti e d’ Ore
Orsù dunque, tessiam l'arcano velo
Concordi all’opra; e voi dalle romite Piagge del mondo e dalle vie del cielo, Genj del Gaudio e del Poter, venite : Velocemente, con alterno zelo,
Musica e danza d’allegrezza empite,
— 136 —
Quali torrenti che per varia via Balzino a un mar di luce e d’armonia.
. Coro di Spiriti
Fornito è il compito,
È vinto il gioco:
Noi possiam liberi Profondarci, trascorrere, poggiar :
Nel ciel, nel baratro,
Per ogni loco,
Fin oltre al cerchio Che serra il ciel d'un tenebroso mar.
Oltre all’ eteree Pupille, il grembo Del vacuo spazio Di nuova vita a popolare andrem; Come le nebbie Disperde il nembo, Il Caos, le Tenebre, E la Morte e il Dolor noi sperderem.
Luce, Terra, Aria, Le Forze, ond’ hanno Moto i volubili
Astri, l'Amore, l’Anima, il Pensier, Sotto a noi celeri S’ aduneranno,
— 137 —
E ordiranno opere Che di vincer la morte avran poter.
Sorgerà a' cantici
Nostri un novello
Mondo, e lo Spirito Della Saggezza a governar lo andrà:
In tutto simile
Ei sarà a quello
Dell’uom, che or libero Trionfa; e il nome di Prometeo avrà.
Coro delle Ore
Sperdasi il canto, sciolgasi la danza: Mova altri il volo, altri abbia qui la stanza.
1° Semicoro Lunge noi siamo all’ ampio ciel sospinte. 2° Semicoro Un magico poter ci ha in terra avvinte. 1° Semicoro
Ratto, libero, audace, infaticato Con gli Spiriti il vol dobbiam levare, Per ordir muova terra e nuovo mare Ed un cielo, ove un ciel non è mai stato.
— 138 —
2° Semicoro
Lente, solenni, lucide, serene, L’ombre incalzando ed affrettando il giorno, In questo mondo noi facciam soggiorno Che pieno è d'ogni luce e d'ogni bene.
1° Semicoro
Giriam cantando alla crescente sfera, Infin che tutte le vitali forme Sorgano liete dall’abisso enorme, A cui l’Amor, non lo Spavento, impera.
2° Semicoro
Noi discorriam, come l'amor ne invita, L’alpi e gli oceani della terra; e intanto Mutano al suon del nostro allegro canto Le forme della Morte e della Vita,
Coro di Ore e di Spiriti
Sperdasi il canto, sciolgasi la danza: Mova altri il volo, altri abbia qui la stanza.
. . . . Ove che s' apra il vol, noi con soavi
Freni gagliardi, come rai di stelle, Lungi guidiam le nuvolette belle, Che della pioggia dell’ Amor son gravi.
Ah, son partiti! Jone Eppur della passata Dolcezza alcun diletto anco non senti? Pantea
Sì, come il verde collicello aprico, Che in mille gocce d’ iridata piova Ride al nitido ciel, poi che una molle Nube passando sovra a lui si sciolse.
Jone Sorgon, mentre parliamo, altri concenti. Che cosa è mai quest armonia sublime ? Pantea
È l’intima armonia dell’ universo, Che dell’aria ondeggiante in fra le corde Eolj modi col suo giro accende.
Jone Odi, come di limpidi, argentini Toni è piena ogni pausa: acuti, quasi Punte di ghiaccio, penetran squillando L’ orecchio, e dentro all'anima si affiggono,
Simili a stelle, che co’ raggi aguzzi Foran la cristallina aria jemale, E si affisano in mar.
Pantea
Guarda là, dove La foresta due cupi aditi schiude, Su cui di rami penduli un ombroso Tetto s' inarca, lù dove, fra "1 denso Musco sparso di mammole, il sentiero Con melodico murmure si schiudono Due rivoletti della stessa vena, Come sorelle che divise spargono Querele e unite spargerian sorrisi, E disgiunte eppur care a un isoletta Malinconica movono, ad un bosco Di dolorosi, amabili pensieri. Ve’ come su dagl'incantati flutti Della robusta melodia, qual sopra L’onde del mar, due visioni strane Nuotan raggiando, mentre ognor più acuti Corron per l’aria senza vento e cupi Romban dentro alla terra intima i suofi.
Jone
Ecco, un carro vegg’ io simile a quella Sottilissima barca, ove la madre Dei mesi all’antro occidental si reca.
Sul calar della notte, allor che sorge Dai sogni interlunari; è da un ritondo Baldacchino di dolci ombre protetto,
E un cheto albor diffonde, entro al cui velo, Quasi fantasmi in magico cristallo, Disegnarsi tu vedi i colli e i boschi. Ve’, le ruote del plaustro a quelle dense Nubi rassembran di viole e d’ oro,
Che da’ genj del turbine ravvolte,
Allor che il sole sotto al mar si lancia, S° ammontan vorticose in sulla splendida Superficie dell’onde, e qual per intimo Vento crescendo, all’ aer si dilatano. Siede sul carro un pargoletto alato,
Che qual candida neve il volto ha bianco, Come rugiada al Sol candide l’ale, Bianco il corpo così, che fuor dell’ onde D'un bianco vel d’ aeree perle intesto, Quasi un candido nimbo irradia intorno; Bianchi ha i capelli, quali aeree fila
Di luce candidissima diffusa;
Ma le pupille sue sono due cieli,
Onde un’oscurità cupa ti sembra
Versar l'intimo Dio, fuor dalle ciglia Simili a frecce, qual da frastagliate
Nubi il nembo si versa; e d'un intenso Foco senza splendor temprano tutta
La fredda e radiosa aria d'intorno,
—_143 —-
E nella destra ci tiene un tremolante Raggio di luna, onde la tenue punta Guida la prora del volubil carro,
Che sull’erbe rotando e i fiori e i flutti Sveglia leni armonie, come in vocale Pioggerella disciolta argentea brina.
Pantea
E dall'altro frondoso adito vedi
Una sfera, che mille altre ne abbraccia, Con gagliarda armonia lanciarsi in giro, E, benchè densa qual cristallo, effondere, Come a traverso il vuoto spazio, intorno Dalla sua densità musica e luce.
E dieci mila globi un dentro all’ altro Verdi, crocei, purpurei, azzurri e bianchi Si ravvolgono in essa; e ancor che folto Di strane forme ogn’ intervallo, come
Le sognan l’alme a popolar gli abissi, Pur diafani ei sono, ed un sull’ altro Rotan sopra a ciechi assi, in vario moto, Con tal celerità intima, intensa, : Maestosa ed ugual che par quiete;
E varie note in mille toni accendono
E chiare voci ed armonie selvagge.
Rota l’orbe molteplice, e ne’ suoi Impetuosi vortici il lucente
Ruscel polverizzando, un’ azzurrina
— 143 —
Nebbia solleva d’atomi sottili
Come la luce; e i selvatici aromi
Della foresta in fior, la melodia
Dell’ aria e delle vive erbe, la luce
Che smeraldina in tra le foglie splend., Al cozzo di sì varj, agili moti,
Fan di sè un incognito indistinto,
Entro a cui la rapita anima annega. Quivi, il capo adagiato in sulle braccia Alabastrine, simile a fanciullo
Stracco da’ cari giochi, ondante il crin:, Raccolto l’ale, in cheto sonno posa Della Terra lo Spirito: le sue
Tenui labbra non vedi al vario lume De’ suoi sorrisi muoversi, qual d'uno Che del suo dolce amor favelli in sogno ?
Jone
Della sua sfera ei l’armonie ripete,
Pantea
In fronte.ha un astro, chè come auree lance, O come spade di ceruleo foco
Di mirto cinte ed ai tiranni infeste,
Simbol del patto fra la terra e il cielo, Raggi intorno saetta, e quasi raggi
D' una ruota invisibile, che al giro
Girin dell’orbe, del pensier più celeri,
Frecce avventa di Sol, ch'ora diritte Piombando or di traverso, e il terren fosco Penetrando e passando, empion gli abissi, E snudan della Terra il cor profondo : Miniera immensa d’ adamante e d'oro, D'imprezzabili pietre e di stupende Gemme; fuga di vacue caverne
Sopra a colonne cristalline e intorno Tutte di argento vegetal coverte;
Fonti di foco immensurato e d° acque, Ond° è, come fanciullo, il mar nutrito,
E da cui sorgon vaporose nubi,
Che di regio ermellin coprono agli alti Monti, monarchi della terra, il dorso. Vedi, al sovrano balenio, gli avanzi Tristi apparir dei secoli perduti:
Rostri ferrei di navi, àncore infrante, Vuote faretre, assi impietrate, lance, Timoni, targhe dai gorgonj ceffi, Scitiche ruote e stendardi e trofei
Ed in nobili stemmi ibride fere
Ed emblemi sepolti ed ammucchiate Ruine, sopra a cui la Morte ghigna. Sparsi là mira i ruderi di cento
Vaste città, dove allignàr mortali
Non umane progenie; i mostruosi Scheletri lor, le loro opere immani,
Le statue, i templi, le magioni, or tutte
— 145 —
Giacciono qui nel fosco nulla: strane Forme infrante e nell'alta ombra confuse. E sopra a lor le anatomie bizzarre
Di sconosciuti esseri alati; pesci
Che isole fùr di vive scaglie; serpi,
Ossee catene, a rupi ferree attorti,
O tra la polve occulti in cui l'estremo Spasmo lor stritolò le ferree rupi;
E frastagliati alligatori, e quelli,
Che re fir delle belve e i lidi scossero, Ippopòtami immani, e per le ripe Melmose e i novi continenti, ingombri
Di maligne erbe, brulicaron quali
Su gittato carcame estivi insetti,
E poi tutti perîr, sia che l'azzurro
Globo ne’ suoi diluvj ampj li chiuse, Come in un manto, e urlanti e boccheggianti Li assorbi ne’ suoi gorghi, o che sul trono D’una cometa un qualche Dio passando : Più non siano, disse, e più non furono, Come le voci or dal mio labbro uscite.
Lo Spirito della Terra Il gaudio, il trionfo, la pazza esultanza, la libera gioia che in me scorre alfine, L’accesa allegrezzà che splende, che danza, L’aereo tripudio non ha più confine! M. Rapisarpi- Prometeo Liberato. 10
e
— 146 —
Il vivo piacere com’ aria mi cinge, Qual vento la nube, per l’aria mi spinge!
La Luna
Fratel, che la terrestre, aerea sfera Guidi pe ’l cielo in placido viaggio, Uno spirto che in te prima non era Da te s’avventa ed entra in me qual raggio; Indi un vivo tepore, una sincera Fragranza, un’ aura di gentil coraggio, Una profonda melodia d'amore Ravviva a un tratto il mio gelido core.
Lo Spirito della Terra
Ah, ah! Le secrete spelonche dei monti, Le rocce socchiuse dell’ igneo granito, Gli audaci zampilli dei garruli fonti Sorridon d’ un alto sorriso infinito:
Gli abissi, i deserti dell’aria e dei flutti,
Le nubi, le rive rispondono tutti.
lo grido con essi: Bestemmia scettrata,
Che il verde e l'azzurro del nostro universo
Coprir d’atro eccidio, distrugger 1’ amata
Mia prole in un nembo fiammante e diverso, E in massa infeconda volevi con truce Pensiero ridurre quant'io traggo in luce:
eg © o
A tal che ogni torre, superba qual monte, y Gli arditi obelischi, gli altari solenni, Le altere montagne che fascian la fronte Di nubi, di ghiaccio, di fiamme perenni, Felici capanne, magioni fastose, Colonne fregiate di storie famose,
( L’immensa foresta, che levasi al cielo E agli euri sfrenati mareggia e rimbomba, Il tenero fiore, la fronda, lo stelo C° ha dentro il mio seno la culla e lo tomba, In gora di morte confusi e compressi, Dell’odio tuo fiero restassero impressi;
è Nel nulla or cadesti, qual torbida goccia Del nomade adusto nell’arida gola; E come nel cupo d’un'ispida roccia Tra fiamme improvvise la folgore vola, Nel vacuo tuo regno prorompe I° Amore, Ed empie il tuo loco d’ immenso splendore.
La Luna
Dalle morte mie rupi ecco si avviva Disciolto il ghiaccio, e garrulo zampilla; Gl’immoti oceani miéi ecco alla riva
“ Mandan l'onda, ché mormora e scintilla ; Nel mio cor balza un genio, e di festiva Veste il freddo mio corpo adorno brilla :
— 148 —
secsieseee me nenieci mire re enter paeerepiranee etiam
E il genio tuo, si, non m’inganno, è desso, Che a me si stringe in amoroso amplesso.
Affisandomi in te, su dal mio seno Verdi steli, aurei fiori eromper sento; Tutto di vive forme è il suol già pieno, È nell’aria e nel mar tutto un concento; Copron nuvole alate il ciel sereno, Scende mite la pioggia, alita il vento; Tutto rinasce, torna tutto in fiore: Che mai sarà, se non è questo, Amore ?
Lo Spirito della Terra
Fi penetra in questa granitica massa, Nei fiori più tenui, nell’infime fronde; Tra il fango e i meati reconditi passa, Ne’ nuvoli erranti, nell'aure s’ infonde;
Nell’ arche obliate, nell'ombra funesta
Richiama la luce, la vita ridesta.
Ei, come procella, che il carcere orrendo Frangendo, prorompe con turbini e lampi, Dagli antri bizzarri dell’ ombre sorgendo, Flagella, rinnova dell'essere i campi,
AI caos del pigro pensiere dà legge,
Accende la gora di fulgide schegge;
— 149 —
Fin ch'Odio e Dolore, Paura e Dispetto S' involin dall'uomo, quali ombre all’ aurora, Dall’ uom che del mondo leggiadro l’ aspetto, Qual concavo specchio, travolse finora,
Dall’ uom ch’or riflette nel libero core,
Qual mare quieto, le forme d'Amore.
E Amore, in sembianza di Sol che passeggia Sull’ alta dell’onde pianura infinita, E giù da’ sentieri stellanti dardeggia Tra fiumi di raggi la gioia e la vita, Su tutto che pensa, che sente, che alligna, Torrenti riversa di luce benigna.
Siccome lebbroso fanciullo infelice, Seguendo le tracce di bestia malsana, Ripara ad un tiepido anfratto, ond’ elice Benefica linfa che il terge e il risana;
Al tetto paterno con florido viso
Ritorna raggiante d’ ingenuo sorriso:
Del morto fanciullo lo spirito il crede La madre anelante fra gioia e dolore, Ma poi che il ravvisa, che sano il rivede, Piangendo e ridendo sel preme sul core:
Così dai dolori, che l’ebber già dòmo,
È libero alfine, rinato è già l’uomo.
Non gli uomini, l’uomo! Catena amorosa Di forze concordi, d’ affetti, d’ intenti; Anel d’adamante che stringe ogni cosa, Poter che comanda gli avversi elementi,
Qual Sol che con l’ignea pupilla serena
La turba ribelle degli astri raffrena.
Non gli uomini, l’uomo! Un’ anima ordita Dell’anime tutte, ch'è legge a sè stessa, Che in sè tutta assomma del mondo la vita, Che al Tutto per nodi vitali è complessa;
Che corre onde nacque, senz’ opra di Numi,
Siccome all’ oceano concorrono i fiumi.
Oh cari, oh giocondi, se Amore vi arride, Domestici affetti, fatiche, dolori ! Selvatiche fere cui l'uomo conquide,
E provvido addice dei campi ai lavori:
Chi dir potea prima, di quanti feraci
Tesori gentili voi foste capaci?
L’umano volere con l’ orda molesta
Dei biechi diletti, dell’ansie, dell’ ire,
È nave agitata da’ venti in tempesta
Con torbida ciurma sol buona a ubbidire : Se Amor la governa, i lidi più fieri Le schiudon le braccia, ne accolgon gl’ imperi.
— 151 —
esere Teri raiitttipndai ieri aionzestictiice iaia cre cimrartrerarrere varese tirrenia
L’uom doma ogni cosa. Nel marmo, nel muto Colore i suoi sogni trapassan leggiadri: Bei fili, onde il manto lucente è tessuto Ch°ai figli amorosi preparan le madri;
La lingua è un concento d’ Orfeo, che all’ informe
Marea dei pensieri dà vita, dà forme.
È il fulmin suo schiavo, destriero gli è il nembo ; Siccome in suo regno per l’aer passeggia; Gli schiudon le sfere recondite il grembo; Ne annovera ei gli astri qual docile greggia. L’abisso domanda: Misteri ha più il cielo? Me l’uomo ha percorso, m'ha tolto ogni velo!
La Luna
La bianca Morte in un sudario avvolta Di ghiaccio eterno e di sonno perenne, Da’ miei brulli sentieri ecco s' è tolta, Ed al ciel finalmente erge le penne; Vagano in me gli amanti un'altra volta, Poi che l’ Aprile a rifiorir mi venne, Men forti, è vero, ma non men giocondi Di quei ch'erran pe’ tuoi lidi profondi.
Lo Spirito della Terra
Tal vitrea distilla dell'alba al tepore Già rigida a mezzo la brina iridata, Infin che in leggero vapore mutata Dell' alto meriggio sorvive al fervore;
— 152.
All’ ultimo raggio del sole si accende, Qual vel d’ ametista sul mare s’ appende.
La Luna
Nello splendor della tua gioia immensa Adagiato sei tu, dolce fratello; A te l'ampia sua luce il ciel dispensa, Arride il sole al tuo felice ostello: Piove dagli astri una soave, intensa Virtù che ti dà vita e ti fa bello; E tu dei raggi, che da lor derivi, La sfera mia, l'anima mia ravvivi.
Lo Spirito della Terra
Io sotto l’ ombrosa piramide giro, Che al cielo si appunta, sognando il piacere; Vittoria bisbiglio, di gioia sospiro, Qual giovin, che al molle raggiante origliere L'immagin vedendo di cara fanciulla, Fra sogni d'amore languendo si culla.
La Luna
Qual nelle miti ecclissi, in sulle amanti Bocche l’anima all’ anima si unisce: Veleggia il cor, s’ offuscano i natanti Occhi e il senso in oblio dolce languisce; Tal quando l’ ombra tua sulle tremanti Membra mi scende e i miei sensi blandisce,
e __
— 153 —
Languidamente tacita e serena Sol di te, sol di te tutta son piena.
Tu intorno al Sole, al mondo Più splendido ti affretti, O signor della verde, azzurra sfera, Che va del più giocondo Lume vestita, Fra quante eteree lampadi Abbiano lume e vita. Io cristallina amante Sono al tuo lato attratta Da quella forza arcana, Che il polar paradiso E il dolce viso degli amanti emana. Fanciulla innamorata, Onde il cervello frale D'amor la forza a sostener non vale, A te da presso, come folle, io giro; Consorte insaziata, D’ogni parte io ti miro, E in te mi affiso, Qual Menade alla coppa, Che Agave, a’ suoi funesta, Levò nella fatal cadmea foresta. Ove che tu t'inalzi, O mio fratello, È forza pur ch'io balzi, E turbinando ti segua ed aneli Dietro a te pe ‘l deserto ampio dei cieli.
pe 154 —
Nè 1’ affamato Spazio mi toglie,
Che nel tepore Ricoverata del tuo caro amplesso, I° alma tua luce io beva,
E dentro al petto
Dal tuo sereno aspetto Bellezza, maestà, vita riceva , Tal che sotto al tuo lume Pari diviene Alla tua la mia fronte: . Così °1 camaleonte,
Così l'amante per gentil costume
Simil diviene al contemplato oggetto;
Violetta così, I’ occhio amoroso Fisando al ciel turchino,
Il piccioletto calice inazzurra; Così la grigia e umida Nebbia colore assume Di solida ametista,
Se in vaporosa lista
S' avvolge alla nevosa Alpe, su cui purpureo Il raggio ultimo posa.....
Lo Spirito della Terra
E piange il di morente La luce evanescente.
— 155 —
O vaga Luna, la tua voce dolce Piove su me, qual per le notti estive Il tuo lene chiaror, che i sensi molce Al marinar fra sempre chete rive,
O cara Luna, le tue vitree voci Incantan dentro a’ miei superbi spechi La Gioia, tigre i cui denti feroci Fan piaghe, a cui sol tu balsamo rechi.
Pantea
Come da un bagno d’ acque scintillanti, Su dalle armoniose onde io mi levo, Da un molle bagno d’ azzurrina luce, Tra fosche rupi.
Jone
Ahimè, dolce sorella, Declinata è da noi l’onda sonora, E tu.fuor d’essa emergere pretendi, Perchè le voci tue cadono quale Dolce rugiada, che dal crin fiorente E dalle membra graziose scota Un’ Amadriade or or dal bagno uscita.
Pantea
Zitta! Un fantasma tenebroso, un fosco, Terribile poter, simile a notte,
Sorge su dalla terra e dal ciel piove E prorompe dall’aria, a par d’ecclisse, Che nei pori del sole alto s'accrebbe. Lucide visioni, in cui si piacquero
E s'illustràr gli armoniosi spiriti, Quali meteore pallide in piovosa Notte passare e corruscare io vedo,
Jone
Un senso, come di parole, tocca L’ orecchio mio.
Pantea
Come una melodia Che sorga su dal cor dell’ universo, E rassomiglia alle parole: oh, ascolta !
Demogorgone
O d'un felice cor placido impero, Sfera della beltà, dell’ armonia, Che l’amore, onde sparso è il tuo sentiero, Diffondi ovunque per l'eterea via; La Terra
Ben delle tue parole ascolto il suono: Goccia di brina evaniente io sono.
Demogorgone O Luna, che il terrestre orbe diletto
— 157 —
Fisi ammirando pel notturno errore, E all'uomo, a’ bruti, ai vaghi augelli in petto Piovi calma, armonia, bellezza, amore;
La Luna
Ben delle tue parole ascolto il suono : Povera foglia da te mossa io sono.
Demogorgone
O monarchi dei Soli e de le stelle, O genj, o Dei, ch' oltre le stelle avete L’elisie sedi fortunate e belle, Di nembi ignare, eternamente chete;
Una voce dall’ alto
La republica nostra ode i tuoi detti: Noi siam benedicenti e benedetti.
Demogorgone
Incliti morti, il cui più chiaro verso Luce non è, ma nube al Vero intorno, O che vostro ancor sia quest universo In cui viveste e sofferiste un giorno;
Una voce
O come quei che abbandonati abbiamo Trasformandoci ognor noi dileguiamo.....
ARTI n > n n.
gi
Demogorgone i
Genj, che stanza nel pensier sublime Dell’ uomo avete e al fosco piombo in fondo, Nei dòmi stelleggianti e dentro all’ime Alghe cui pasce il marin verme immondo;
Voce confusa
T'udiam noi pur dall’ alte ombre e dal sole:
Han destato l’ Oblio le tue parole.
Demogorgone x
O spiriti incarnati, o belve, armenti,
Pesci, rettili, uccelli, alberi, foglie,
E voi fulmini e piogge e nebbie e venti,
Gregge indòmo, che il vasto étera accoglie;
Una voce
A noi perviene il tuo solenne accento, Qual fra taciti boschi ala di vento.
Demogorgone
Uom, che fosti uno schiavo od un tiranno, Un decaduto, un misero, uno stolto, Ed ora ingannatore, or nell’ inganno, Sempre errasti d’immani ombre ravvolto;
Tutto
Parla: la tua parola alta e solenne Avrà, simile a me, vita perenne.
— 159 —
Demogorgone
Questo è il di, che alla magica parola Di Lui che dalla Terra alma nascea, Spalancato ha l’abisso atro la gola Il deposta a ingojar che in ciel sedza. Per l’ampia notte la Vittoria vola, Tratta in catena è la Conquista rea, Mentre dall’ ombre splendido vien fuore Saggio, gagliardo e tollerante Amore.
Scoccar per l’aria l'incantevol detto, L'ora scoccar della Riscossa ha udito, E su l’erto sentier lubrico e stretto Dell’ agonia librato ha il volo ardito.
Or sopra il trono maestoso eretto
Che fu d’affanni e di speranze ordito, Tutto empiendo di luce il ciel profondo, Le benefiche ali apre sul mondo.
Gentilezza, Virtù, Senno, Costanza
Son suggelli securi, onde la fossa
Chiusa sarà sulla feral Possanza,
Per cui la terra ancor di sangue è rossa ; Ma se avverrà, che la perversa usanza Del mal risorga, e con inferma possa
L’ Eternità, che tutto in sè riceve,
Sciolga il serpente che serrar la deve;
Queste saran le magiche parole, Per cui di nuovo sul giudizio avverso Abbia vittoria la redenta prole E racquisti l’ imper dell’ universo. Danni soffrir cui la Speranza suole Credere eterni; esser tra’ mali immerso ; Sfidar chi sembra onnipossente ; duri Torti obliar più della Morte oscuri;
Amare, tollerar, sperar fin tanto Che la Speranza dalle sue rovine L’idolo crei che vagheggiato ha tanto; Non mutar mai, non ripentirsi alfine, È questo esser felice, inclito e santo; D’ogni umana saggezza è questo il fine; Questa, o Titano, è l'immortal tua gloria, È Vita, Voluttà, Regno, Vittoria !